"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA







FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA


Carissimi,



Facciamo un Pacco alla Camorra” è il risultato di un progetto in rete che vede coinvolte cooperative sociali nel riuso produttivo e sociale dei beni confiscati alla camorra coltivando e trasformando i prodotti  delle Terre di don Peppe Diana, che oggi hanno tutti i requisiti della qualità e vogliono porsi all'attenzione di un commercio equo e sostenibile. E’ una sfida di riscatto che ha reso possibile anche l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate nelle attività di recupero e gestione degli stessi beni confiscati. Acquistando il PACCO ALLA CAMORRA e promuovendone la vendita è il modo migliore per contribuire allo sviluppo di una economia alternativa a quella camorristica: una Economia Sociale in grado di restituire dignità e lavoro a soggetti svantaggiati e costruire Comunità Libere e Solidali. Le Terre di don Peppe Diana è il nostro obiettivo. 







Per anni la camorra ci ha fatto "IL PACCO" è arrivato il momento di ricambiare. Questo Natale fai il regalo giusto, contribuisci al cambiamento di un territorio che da anni è maltrattato dalla camorra, acquista e fai acquistare 
"FACCIAMO UN PACCO ALLA CAMORRA" 


ricambiamo con gusto...IL GUSTO GIUSTO!!!


cliccA  e prenotA

Beni confiscati, venderli in tempo di crisi?






Beni confiscati, venderli in tempo 
di crisi? 

I messaggi su facebook dello scrittore Roberto Saviano riaccendono la polemica
di  Simona Ascione


Era il 2009 quando Libera lanciava la petizione “Niente regali alle mafie i beni confiscati sono cosa nostra” , era un periodo in cui la discussione sull’argomento era infuocata e si valutava la possibilità di presentare una  proposta di legge che prevedesse la vendita all’asta dei beni confiscati alla criminalità organizzata.
 Qualche giorno fa sulla seguitissima pagina Twitter di Roberto Saviano appare 
questo messaggio “I beni confiscati alle organizzazioni criminali vanno venduti subito.
 È necessario riportare allo Stato le risorse saccheggiate”. 
Da più parti si evidenzia la contrarietà che tale ipotesi si realizzi, “riutilizzare” è la parola d’ordine. Affidare i beni alle organizzazioni del terzo settore, renderli una reale occasione di lavoro per le cooperative sociali, 
è questa la destinazione che tutti auspicano. E infatti, sembra percepirlo anche Saviano che dopo 
qualche ora corregge il tiro e commenta su Facebook “I beni assegnati alle associazioni sono 
l'emblema della vittoria sulle mafie. 
"Se i beni confiscati alle mafie si riuscissero tutti ad assegnare alla società civile sarebbe un traguardo meraviglioso" […] 
Ma quando non si riescono ad assegnare, e quando non diventano risarcimento, è meglio venderli non vivendo nel ricatto perenne che le mafie possano riacquistarli, cosa possibile creando strutture che non lo 
permettano”. 
Ma, concretamente, mettere in vendita un bene confiscato vorrebbe dire dichiarare che lo stato ha perso 
senza nemmeno aver provato a lottare.
 Il problema dei beni confiscati e non riutilizzati affligge la società civile come gli enti locali, bisognerebbe,  
dunque, lavorare per snellire le procedure di affidamento agli enti locali e incrementare le 
risorse per un rapido riutilizzo sociale. 
Non bisogna ignorare che spesso i beni versano in condizioni disastrose, ma è pur vero che non c’è niente di più “meraviglioso” che la vita che si riappropria di quei beni.
 Radio Siani, l’Asharam Santa Caterina, Il Pioppo, L’Orsa Maggiore, I Ken, sono solo alcune delle realtà che giorno dopo giorno lavorano sul territorio di Napoli e provincia per difendere il concetto della restituzione dei beni confiscati alla collettività.
 Luoghi chiusi e tristemente esclusivi, che oggi sono diventati il simbolo della partecipazione e dello scambio collettivo. 
Laddove il maltolto è stato restituito alla società civile è la comunità tutta che ne trae giovamento. 
Vendere i beni confiscati è una possibilità da scongiurare in ogni modo, bisogna, invece, migliorare   la legge 
sull’affidamento e supportare gli enti locali nel difficile compito della riqualificazione e gestione, considerare tali beni come un tesoro, una reale possibilità di crescita, sviluppo e lavoro per i territori, puntando su una progettazione produttiva e auto sostenibile. 

Fonte LiberaCampania .it Archivio Fortpapasc Giugno 2012 

BENI CONFISCATI, LA CAMPANIA VARA UNA NUOVA LEGGE









BENI CONFISCATI, LA CAMPANIA VARA  

UNA NUOVA LEGGE


di  Riccardo Christian Falcone.


Il provvedimento è di quelli che potrebbe fare scuola, a cominciare da quella parola “magica” inserita nel titolo: “valorizzazione”.
 Ma il valore della legge approvata all’unanimità dal Consiglio regionale il 16 aprile scorso (“Nuovi interventi per la valorizzazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”) è ovviamente tutto nel contenuto. 
Dieci articoli che danno un segnale importante di accresciuta attenzione al settore dei beni confiscati e, soprattutto, alla valorizzazione delle esperienze di riutilizzo sociale, attraverso una serie di azioni che ruotano attorno a tre punti di forza. 
Anzitutto l’istituzione di tre nuovi fondi. Il primo (art. 1) è un fondo annuale da cui attingere risorse per finanziare, attraverso avviso pubblico, progetti di riutilizzo e valorizzazione dei beni confiscati. Per il 2012, 250 mila euro di stanziamenti (massimo 25 mila euro a progetto) da destinare a comuni, province, consorzi o organismi del terzo settore.
 Il secondo (art. 3) è il fondo di rotazione per la progettazione tecnica e la redazione di piani di utilizzo e di studi di fattibilità. Il terzo (art. 4) è infine un fondo di ammortamento prestiti.
 In pratica la regione provvederà ad anticipazioni a fondo perduto per l’estinzione parziale o totale delle ipoteche eventualmente gravanti sui beni. Il secondo punto di forza è costituito invece dall’istituzione dell’ Osservatorio regionale sull’ utilizzo dei beni confiscati (art. 6), ai cui componenti spetterà il compito, ovviamente a titolo gratuito, di promuovere, consultare e supportare le attività di programmazione, monitoraggio e controllo nelle azioni di valorizzazione dell’utilizzo dei beni confiscati. Infine il terzo punto di forza. 
Secondo l’art. 7 della legge regionale, la giunta regionale ha la facoltà di promuovere, sostenere e favorire l’adozione di criteri di priorità nella valutazione di interventi che consentano l’utilizzo per finalità sociali di beni confiscati. In pratica, meccanismi di “premialità” negli avvisi pubblici regionali per le iniziative che prevedano, anche in progetti più generali, percorsi di valorizzazione del patrimonio immobiliare sottratto alla criminalità organizzata. Il testo - dicono gli estensori - dopo un periodo di rodaggio, potrà ovviamente essere soggetto ad interventi migliorativi.
 Le proposte non mancano: dalla creazione di short list di esperti e professionisti all’istituzione di Uffici di mediazione presso gli Enti territoriali (proposte 
queste avanzate dai venti diplomati al Master attivato lo scorso anno dal Suor Orsola Benincasa). 
Ma allo stato il rischio maggiore è legato alla copertura finanziaria. 
Assolutamente inadeguata quella per il 2012, pari ad appena 250 mila euro, che consente per quest’anno esclusivamente l’attivazione del fondo per la valorizzazione dei beni confiscati. 
C’è l’impegno del Governo regionale a portare a un milione di euro la posta in bilancio. Ma questo andrà ovviamente verificato sul campo.
 Il parallelismo con la vicenda dell’Agenzia Nazionale, lanciata come la soluzione a tutti i problemi e poi miseramente abbandonata a sé stessa senza fondi né personale è fin troppo semplice. Senza fondi insomma ci restano gli spot.
 E l’antimafia degli spot non serve a nessuno.

Fonte. LiberaCampania .it Archivio Fortpapasc 
Giugno 2012 

La Chiesa e le mafie







La Chiesa e le mafie

di Isaia Sales

La domanda che ci ossessiona è la seguente: le organizzazioni criminali di tipo mafioso avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia meridionale e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale di una teologia che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare piuttosto che da emarginare dalla Chiesa e dalla società? La risposta è no.

 Il comportamento della Chiesa, al di là delle intenzioni, è stato legittimante per i mafiosi. (...)
 Le mafie, a loro volta, non hanno mai attaccato alcun dogma della Chiesa, non hanno avvertito nessuna
necessità di farlo. Prendiamo, ad esempio, il concetto di famiglia. La fede cattolica si è dimostrata assolutamente adattabile alla «religione della famiglia» sia nella versione del familismo amorale sia nella
versione della famiglia mafiosa; viceversa, le mafie si sono ispirate al concetto di famiglia prevalente nella dottrina cattolica, compreso l’aspetto della morale sessuale. (...)
Se la Chiesa italiana, tramite i suoi rappresentanti ufficiali ha, sul piano sociale,
indubbiamente superato i limiti del passato facendo delle mafie un nemico ufficialmente dichiarato, non ha ancora riflettuto sul fatto che molti degli uomini che dice di combattere si sentono appartenenti alla Chiesa cattolica e credono in essa.
 La coscienza della gravità della questione mafiosa non è ancora consapevolezza di aver
covato in sé le stesse persone che oggi si dice di voler contrastare. La lotta non sarà
mai completa se non porta a comprendere i limiti di una dottrina e di una teologia
che ha fatto sentire a proprio agio degli assassini. Le mafie, dunque, vanno lette anche come metafora della crisi culturale del mondo cattolico in Italia e nelle regioni meridionali. Le mafie sono anche un insuccesso della Chiesa. (...)
Non si conoscono mafiosi, camorristi e ndranghetisti atei o anticlericali. Sono cattolici osservanti i peggiori assassini che l’Italia abbia mai avuto nell’ultimo secolo e mezzo. 
Alcuni esprimono una religiosità superstiziosa (il segno della croce prima di ammazzare), altri una religiosità tenue (andare a Messa, osservare i precetti), altri sono dediti allo studio e alla lettura quotidiana della Bibbia e del Vangelo, altri usano libri di preghiera o si dedicano a letture religiose più sofisticate, altri ancora hanno eretto cappelle per la messa nel loro rifugio di latitanti, i più istruiti si cimentano anche con la teologia.
Appena arrestato (Bernardo Provenzano) dice: «Non sapete quello che state facendo… Sia fatta la volontà di Dio». Questa intensa religiosità la si trova tutta all'interno dei biglietti dattiloscritti (i famosi pizzini) con cui comunicava con l'esterno.
Sono il prodotto di un semianalfabeta la cui acculturazione è intessuta profondamente di religione, con frasi tratte dalla Bibbia e dai Vangeli. (...) Qualche anno prima (nel 1999) a Gioia Tauro in Calabria,
nel covo in cui Giuseppe Piromalli, uno dei capi storici della ’ndrangheta, trascorreva la sua latitanza, si era presentata agli occhi dei carabinieri la stessa scena: santini, statuette e immagini sacre dappertutto.
Mancava solo la Bibbia. (...) E quando, nel 1992, fu interrotta la lunga latitanza di Carmine Alfieri, nel covo dove si era rifugiato a Nola, in Campania, fu ritrovata una Bibbia accanto ai cd di Beethoven. (...) 
In tre regioni diverse, a distanza di tempo, tre capi di diverse organizzazioni mafiose conservavano nei loro covi i segni comuni della loro religiosità. Ma non erano i soli ad avere consuetudine con i simboli e i testi della religione cattolica. (...)
Un episodio clamoroso si verifica quando papa Giovanni Paolo II visita per la prima volta Palermo nel 1982. L’auto che apre il corteo papale è guidata da Angelo Siino, il «ministro dei lavori pubblici» di Cosa Nostra. 
Com’è stato possibile affiancare al papa un mafioso di quel calibro che avrebbe anche potuto ucciderlo? Siino era un provetto pilota, oltre che un devoto cattolico in ottimi rapporti con la curia di Palermo. (...)
In alcune feste religiose non si capisce se siano i boss a rendere omaggio ai santi e alle madonne in processione, o i santi e le madonne a omaggiare i boss. 
Ed è singolare l’interrogativo angoscioso che si fece il prete di una parrocchia delle montagne di Monreale appena apprese la notizia dell’arresto del boss del paese: «Come faccio ora la festa?». Per la festa della Madonna dell’Arco, che si svolge il lunedì in albis, la processione parte da Napoli e arriva a Sant’Anastasia. Nel quartiere del boss Sarno, a Ponticelli, la processione parte da sotto casa sua, anche quando è in carcere.
(...)
Nella chiesa di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, a Napoli nei Quartieri spagnoli, viene rubata nel 2003 la statua di Gesù bambino, detto Ninno d’oro.
 Del furto si occupa anche la malavita organizzata. Ammette suora Elisa Villano: «Ci hanno aiutato. Ricordo che ci fu molto vicino un uomo che poi è stato ucciso. Ci disse che avrebbe fatto di tutto per trovare il piccolo Gesù. Noi abbiamo pregato per lui
tutti i giorni». (...)
I boss non vogliono rinunciare nemmeno al matrimonio religioso, anche se in latitanza, e trovano sempre preti disponibili. Il matrimonio più celebre è quello tra Totò Riina e Ninetta Bagarella, celebrato
da padre Agostino Coppola assieme ad altri tre preti. Per la ’ndrangheta è famoso il
matrimonio di Peppe Cataldo celebrato da don Giovinazzo, priore del santuario di
Polsi, poi assassinato. Il priore aprì la chiesa di notte agli sposi e ai loro invitati.(...)
Il numero di sacerdoti, frati, suore e monsignori coinvolti in rapporti con le organizzazioni di tipo mafioso non è trascurabile(...). Il primo uomo di Chiesa nella storia della criminalità di tipo mafioso
che viene processato è don Ciro Vittozzi, prete della camorra, vice direttore del cimitero di Napoli, condannato nel 1912 a sei anni nel famoso processo Cuocolo.
(...)
Ci sono stati nel passato preti uccisi per il loro rapporto con le mafie, e anche preti uccisi perché alle mafie si opponevano.
In genere si ritiene che i primi preti uccisi dalle mafie siano padre Pino Puglisi a Palermo e don Peppino Diana a Casal di Principe. In realtà non è così. Sono numerosi i preti ammazzati perché si opponevano ai capi mafiosi locali (soprattutto dopo la prima guerra mondiale, e tutti in Sicilia.
 In Calabria mai un prete è stato ammazzato perché si opponeva alle ’ndrine) ma nella
storia della Chiesa non ce n’è traccia.(...) I martiri per mafia non solo la Chiesa non li
ha riconosciuti, ma ne è stata imbarazzata.
 Forse tale mancanza di riconoscimento esprime ancora di più la gravità del problema che proviamo a sollevare con questo libro. Toccherà a don Puglisi rompere questa barriera? Lo speriamo, laicamente. (...)
La Chiesa ha scomunicato i comunisti, i liberali, i massoni, i divorziati, mai veramente i mafiosi. Indagare sulla natura di questo silenzio secolare della Chiesa, chiedendosi se esso sia stato superato completamente dalle posizioni di oggi e se queste ultime riguardino tutta la Chiesa o una minoranza, equivale a chiedersi se si è trattato di un silenzio impaurito o complice, di un silenzio impotente, di comune appartenenza a valori e culture condivise, o tutte queste cose insieme.

Fonte: Dossier, osservatorio sulla camorra  28 Gennaio 2010 


Racket sulla Salerno-Reggio Calabria Una talpa avvertiva la ’ndrangheta delle indagini










Racket sulla Salerno-Reggio Calabria
Una talpa avvertiva la ’ndrangheta delle indagini


di Federico Pignalberi

La procura di Reggio Calabria ha aperto un fascicolo d’indagine per favoreggiamento alla cosca Nasone da parte di almeno un infiltrato nelle forze dell’ordine che ha informato il clan di Scilla sulle indagini in corso per le estorsioni nei cantieri stradali. Lo dimostrano alcune intercettazioni ambientali inedite  pubblica per la prima volta. Intanto, tre giorni fa, il ministro Passera ha presentato il suo rivoluzionario piano per lo sviluppo: la Salerno-Reggio Calabria. “Pronta entro il 2013, ci metto la faccia”, ha detto. Ma su come affrontare le infiltrazioni criminali, nemmeno una parola. Per completare l’ammodernamento dell’autostrada mancano ancora all’appello quasi la metà dei lavori. E la ‘ndrangheta continua a comandare sui cantieri. 
L’autostrada A3 non è solo il simbolo dell’inefficienza italiana nel realizzare le opere pubbliche: è l’esempio migliore di cosa vuol dire subire la tirannide delle organizzazioni mafiose e adeguarsi alla loro legge; quattrocentonovantacinque chilometri di asfalto e cantieri che collegano Napoli a Reggio Calabria, attraversando tre delle regioni più violentate dalle mafie nell’Italia meridionale. È il secondo tronco di quella che chiamano Autostrada del Sole, ma è solo una strada di morte. Dal 1997 al 2002 ha ucciso 47 persone in 2382 incidenti automobilistici. E poi gli operai: ne sono morti sei solo da maggio del 2008 a giugno del 2011. Tutti mentre lavoravano. Alcuni sono caduti dalle impalcature e sono morti per l’impatto col terreno o, nel caso di Salvatore Pagliaro, soffocati in una colata di cemento. Altri hanno avuto un destino non meno orribile. Valerio Vessuti, 21 anni, lavorava per un’impresa di Genova, la Carena, ma era originario di Potenza. Il 24 settembre 2009 stava lavorando alla costruzione di una galleria. Mentre era sul cestello elevatore, un blocco di argilla si è staccato dal fronte di scavo e lo ha colpito alla testa. È morto sul colpo. Un suo collega napoletano meno giovane, Vincenzo Gargiulo, è morto folgorato dalla stessa gru su cui stava lavorando. E tantissimi altri operai sono rimasti feriti, anche in modo grave. 
I lavori per l’ammodernamento di questo inferno stradale sono iniziati quindici anni fa. Nel ’98 Enrico Micheli, allora ministro dei lavori pubblici del governo Prodi, prometteva deciso: «Nel 2003 siamo sicuri di completare l'aggiornamento di questa arteria fondamentale». Poi, insediatosi il governo Berlusconi, il Cipe spostava la data di fine lavori al 2005, mentreLunardi, più pessimista, prospettava il 2008, ma nel 2007 l’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro prometteva che i lavori sarebbero stati completati entro il 2009. Nel 2009 i lavori continuavano ancora. Il ministro era Matteoli, che posticipava la loro conclusione al 2012, ma l’Anas lo correggeva: 2013. L’8 giugno scorso l’Anas ha confermato che, almeno in Basilicata, i lavori finiranno entro il 2013, ma c’è chi sostiene che per vedere davvero chiudere l’ultimo cantiere bisognerà aspettare addirittura il 2020. 

Intanto i costi sono quasi raddoppiati: da 5,8 miliardi di euro previsti nel 2002 a 10,2 miliardi nel 2010. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera ha calcolato che per costruire ex-novo la Salerno-Reggio Calabria negli anni sessanta furono spesi 5 milioni di euro a chilometro. Oggi ammodernarla ci verrà a costare 22 milioni al chilometro.

I risultati sono sotto gli occhi degli automobilisti: code continue, pochissime corsie di emergenza, cantieri infiniti che riducono la strada a una sequenza di strettoie, aree di servizio inesistenti. E voragini: basta un po’ di pioggia perché si aprano e impediscano ai viaggiatori di attraversare l’autostrada per ore. La protezione civile è di casa sulla Salerno-Reggio. Quasi tutto il territorio attraversato dall’A3 è a forte rischio idrogeologico. Quando piove, le frane sono all’ordine del giorno e le corsie si allagano. 
 
Le responsabilità di questo disastro sono molte. Ci sono i rallentamenti sugli appalti e i subappalti, le gare truccate, i certificati antimafia che vengono revocati. C’è l’Anas che non paga le imprese. C’è un terreno argilloso che costringe a consolidare le gallerie di continuo metro per metro, via via che si scava, per arginare le infiltrazioni d’acqua. E soprattutto ci sono i clan che controllano ogni goccia di calcestruzzo versata. Chilometro dopo chilometro, per tutto il tragitto. 

Lungo tutta l’autostrada, la ‘ndrangheta controlla appalti e subappalti. Persino il lavaggio delle lenzuola degli operai delle ditte del nord e del centro Italia che stanno eseguendo i lavori: anche quello finisce in mano alle aziende dei clan. E se una ditta vicino a una famiglia perde la certificazione antimafia e, quindi, il lavoro, subentra al suo posto quella di un’altra famiglia, che lascia i subappalti in mano alle stesse società di ‘ndrangheta che li avevano ottenuti prima.
Per gestire un controllo efficace su un’opera che attraversa confini criminali così diversi, c’è bisogno di mettersi d’accordo. Una sera a cavallo tra il 1999 e il 2000 le ‘ndrine si sono riunite in una contrada semideserta di Rosarno e hanno deciso: su ogni appalto avrebbero avuto diritto a una tassa ambientale, cioè a un pizzo, del 3 per centro. È una regola ferrea, che vale per tutti: appalti, subappalti, forniture. E gli imprenditori pagano. Quasi senza eccezioni. Il 3 per cento è il pizzo equo per tutti: dalle imprese più piccole ai colossi dell’edilizia come Impregilo Condotte. Sono stati proprio questi due giganti imprenditoriali a trovare il modo per pagare le ‘ndrine senza dover ricorrere a fondi neri.

Sulla Salerno-Reggio Calabria il pizzo viene iscritto a bilancio. Si chiama «costo sicurezza». Il dirigente di Condotte che ha inventato questa «strategia aziendale» (testuale) si chiama Giovanni D’Alessandro. «Io su quei margini che escono dai costi di gara, che sono stati forzati, ho inserito una nuova riga, cioè… in cui ho messo un costo fittizio di stima di un tre per cento sui ricavi e l’ho chiamato costo sicurezza Condotte-Impregilo». 
Anche Impregilo pagava la ‘ndrangheta.Oggi è il general contractor che ha vinto la gara per il Ponte sullo Stretto di Messina, in altre parole l’azienda che dovrà materialmente costruirlo. E anche per il Ponte ha replicato l’alleanza con Condotte, un colosso delle costruzioni che nel bilancio consolidato del 2010 ha dichiarato un giro d’affari di oltre 740 milioni di euro e un utile netto di 7,6 milioni. Il prefetto di Roma gli aveva revocato il certificato antimafia proprio per le infiltrazioni mafiose nei lavori per la A3. Poi, però, Condotte ha vinto il ricorso al Tar, e oggi ha tutte le carte in regola per continuare a occuparsi dei più grandi appalti pubblici del Paese, Salerno-Reggio inclusa.

Nell’incontro di Rosarno i clan si accordarono anche su come spartirsi il bottino. Ogni ‘ndrina riscuote nel suo territorio di competenza. In provincia di Cosenza se ne occupano le famiglie di Sibari Ai clan del Capoluogo spetta la tratta che va da Tarsia fino a Falerna, all’altezza di Catanzaro. Poi subentrano i clan locali della zona di Lamezia, tra cui gli Iannazzo. Continuando a scendere, l’autostrada si riavvicina al mare all’altezza di Pizzo, dove comanda la cosca Mancuso

Quando si arriva nella piana di Gioia Tauro, si entra in un groviglio di interessi criminali e famiglie di ‘ndrangheta in cui la fanno da padroni i Pesce e i Bellocco di Rosarno, e i Piromalli, una delle più grandi cosche mafiose di tutta l’Europa occidentale. Ma è permesso prendere parte ai lavori anche a clan “minori”, come i Polistena.

Da Villa San Giovanni in giù le famiglie locali dividono il loro 3 per cento con i gruppi di Reggio per evitare dissidi. Poco più a nord, invece, sotto Palmi, la spartizione dei soldi delle estorsioni ha causato molto più di qualche disputa. Ha scatenato una guerra di mafia. Una faida che ha visto da una parte i Bruzzise, dall’altra i Gallico che, insieme ai Morgante e agli Sciglitano, non accettavano che i loro avversari fossero stati autorizzati dal boss di Rosarno, Umberto Bellocco, a riscuotere il pizzo sui lavori nella zona di Seminara. Perché controllare i lavori dell’A3 a Palmi è più redditizio che in ogni altro luogo: ci sono ponti, gallerie, più lavori da fare. Un giorno qualcuno, forse il boss Antonino Pesce, disse a Giuseppe Gallico che alla sua famiglia era andata bene, che con l’autostrada a Palmi si sarebbero potuti «sistemare». 

Furono gli Sciglitano a subire i primi attacchi, i primi due omicidi, nel 2004. Poi però reagirono, e i Bruzzise ebbero la peggio: cinque morti ammazzati in quattro anni. Solo per due di questi omicidi si è riusciti a dare un nome al mandante: il boss Giuseppe Gallico, oggi sotto processo a Palmi per concorso in omicidio.

Poco più a Sud, appena sotto Sinopoli, l’autostrada passa per Scilla, un paese di cinquemila anime di fronte allo Stretto di Messina. Lì a comandare è la famiglia Nasone. La loro specialità: le estorsioni. E la pirotecnica. Negli anni ottanta misero in piedi più di cento attentati dinamitardi: dopo ogni esplosione arrivava la richiesta estorsiva. E hanno continuato a farlo, anche per i lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria. 

Niente a Scilla deve sfuggire al loro controllo. Nemmeno i furgoncini dei panini. Rocco Callore voleva spostare il suo in una zona del porto dove i Nasone volevano mettere il loro. L’imprenditore aveva chiesto e ottenuto il permesso del Comune, ma non il loro. E la notte tra il 18 e il 19 febbraio scorsi i Nasone gli hanno bruciato il furgone. 

Davanti alle forze dell’ordine Callore si è guardato bene dall’indicare sospetti su chi potesse essere stato. Ma suo figlio doveva saperlo bene, visto che pochi giorni dopo è andato a incontrare Francesco Nasone 
al bar della cosca nella piazza centrale del paese per «sistemare la situazione». In fondo suo padre e lui sono compari. Ma, per Nasone, Rocco Callore è uno di quelli che i legami di «comparato li usa al momento del bisogno». Nasone bussa tre volte per fare il verso a Callore: «Caro compare ho bisogno di questo! Ma poi il compare si dimentica». E minaccia: «Che non si senta che io brucio camion, o brucio macchine, o brucio porte o brucio cose: io affronto le cose faccia a faccia, fino a quando campo io! Fino a che campiamo noi, noi ragioniamo così!». 

A fare le spese più pesanti del racket dei Nasone, però, è stata laFondazioni Speciali S.p.A., che ha ottenuto un subappalto per eseguire dei lavori di consolidamento per 850 mila euro sulla A3 all’altezza di Scilla. Hanno aperto i cantieri a luglio del 2011 e in meno di due mesi hanno subito tre danneggiamenti. Il 28 agosto a un impiegato della ditta viene danneggiata l’auto privata. Il capocantiere, che ha capito bene cosa sta succedendo, gli consiglia di «non parlare troppo», di non dire in giro che lavora per la Fondazioni Speciali. «Tu devi fare una cosa Salvo, quell'adesivo che gli hai messo cosi bello carino che si vede lì glielo devi togliere». Spiega, il capocantiere, che prima, quando non serviva, di fronte al recinto c’era una postazione dell’esercito, e che ora che servirebbe come protezione l’hanno rimossa.

Poi, per diversi mesi, le acque sembrano essersi calmate. Non per merito, però, delle denunce contro ignoti ai carabinieri: pochi giorni dopo quelle intimidazioni, la Fondazioni Speciali ha accettato di rifornirsi dal bar dei Nasone in paese per la colazione degli operai. Fino a dicembre.

Il 3 marzo scorso, allora, il giorno dopo avere messo in piedi un’intimidazione a un’altra ditta che lavorava su altri cantieri dell’autostrada, la cosca si riunisce al solito bar per progettare un nuovo attentato alla Fondazioni Speciali. Gli uomini del clan hanno già fatto dei sopralluoghi, hanno studiato i mezzi per scegliere quale danneggiare. Alla fine decidono di togliere i freni a un compressore e lasciarlo cadere giù per un dirupo. «Là ci sono le ruote, ci sono due pietre. Togli quelle pietre; di qua davanti ha una levetta (incomprensibile) freno a mano (incomprensibile) precipitano di sotto nella strada. Che cazzo ce ne fottiamo!».

Poi pianificano una via di fuga coi motorini, semmai qualcuno capitasse nei paraggi. E una scusa nel caso dovessero essere colti in flagrante. E se i carabinieri non dovessero credere loro, nessun problema: «Che mi interessa? Gli faccio scoppiare in aria!». L’obiettivo della missione è costringere l’azienda a trattare. L’intimidazione deve essere abbastanza grande da spingere gli uomini della Fondazioni Speciali a farsi vivi con i boss. «Io voglio almeno che andiamo al fine di farli venire. Non che io vado e loro dicono: sono stati ragazzini di due anni. Dev’essere un lavoro bello, in maniera da scendere», da farli venire a negoziare. «E se non vengono?». «E se non vengono glieli bruciamo».

Quella notte, il compressore liberato dai freni si schianta contro uno spartitraffico in cemento. La mattina dopo, gli operai della ditta lo trovano semidistrutto. Sopra c’è una bottiglia di plastica piena di una sostanza liquida, tutta avvolta da un nastro da imballaggio marrone. Sembra un ordigno pronto a esplodere, ma la miccia è finta. Serve solo a spaventare. 

Gli uomini della ‘ndrina però non sono soddisfatti. Quel macchinario non doveva finire sul guard rail: secondo i piani sarebbe dovuto cadere di sotto, nella scarpata. «Non valiamo nulla. Anzi, soprattutto tu non vali niente, perché io – ride, spaccone – io sarei andato. Che cazzo me ne sarebbe fottuto? Io non ho problemi con l'altezza. Io se mi devo buttare da una montagna, mi butto, non ho paura di buttarmi. Posso rompermi le gambe qualche volta. Lì sai cos'è stato? Non è caduto di sotto! Se fosse caduto lì sotto mi sarei divertito di più io!».

Quell’intimidazione non basta a ridurre la ditta a farsi viva. Bisogna tornare sul cantiere. La notte tra l’8 e il 9 marzo alla Fondazioni Speciali viene danneggiato un altro macchinario. Un semaforo finisce sotto la scarpata. 

Da un po’ di giorni, però, una microspia, che la Procura di Reggio Calabria aveva fatto installare nel bar, stava registrando tutti i colloqui dei boss. Gli inquirenti avevano potuto assistere in diretta al lavoro quotidiano di soprusi ed estorsioni della ‘ndrangheta. Potrebbero continuare a registrare per raccogliere altre prove. Ma c’è un imprevisto. Una talpa tra le forze dell’ordine ha avvertito i Nasone delle indagini in corso. 

A dire il vero, che ci fossero indagini in corso su di loro i Nasone lo sapevano già da novembre. Lo era venuto a sapere Domenico Nasone e lo aveva raccontato a sua cugina Annunziatina che aveva avvertito suo fratello, Giuseppe Fulco, in carcere, dov’era andata a fargli visita accompagnata dalla madre.

Non è la prima volta che a Reggio Calabria si scoprono infiltrati dei clan nelle istituzioni. Quando nel 2008 fu trovata una microspia nell’ufficio del pm Nicola Gratteri, gli investigatori sospettarono subito che a nasconderla potesse essere stato un altro magistrato. «Di talpe probabilmente ce n'è stata più di una», aveva detto Ilda Boccassini alla conferenza stampa di presentazione dell’inchiesta Crimine. In quell’operazione sull’asse Milano-Reggio Calabria furono arrestati, per questo motivo, Giovanni Zumbo, un commercialista sedicente appartenente ai Servizi, ritenuto attendibile dai pm, e il gip di Palmi Giancarlo Giusti. Proprio il 26 marzo scorso i poliziotti della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno arrestato un loro collega accusato di avere informato un uomo ritenuto vicino alla cosca Caridi della presenza di microspie nascoste nella sua auto.

La conferma dell’esistenza di una talpa che teneva aggiornato il clan Nasone sull’evoluzione delle indagini, gli inquirenti la hanno il 23 febbraio, quando due affiliati, Pietro Puntorieri e Francesco Libro, si incontrano nel bar della cosca. Il primo racconta all’altro che il “capo”, Francesco Nasone, li ha avvertiti che gli inquirenti stanno li stanno indagando e controllando per poi arrestarli alla prima occasione utile. La microspia della Procura registra tutto. Ecco il verbale della loro conversazione, che AgoraVox pubblica integralmente per la prima volta.
A quanto pare, però, non si aspettavano una cimice proprio nel loro quartier generale. Dopo diversi giorni, gli investigatori decidono di sospendere l’ascolto ed entrare in azione. È troppo pericoloso. Gli ‘ndranghetisti potrebbero venire a sapere della cimice nel locale e scappare prima di essere arrestati. Lo scorso 30 maggio i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno arrestato dodici persone del clan, comprese tutte quelle che avevano partecipato alle estorsioni e alle conversazioni nel bar di Scilla. E poi hanno sequestrato i beni della cosca: 32 immobili, conti correnti, polizze assicurative e altri prodotti finanziari per un totale di milioni di euro. I giudici hanno ordinato l’amministrazione giudiziaria anche per il bar della cosca in cui sono avvenute tutte le riunioni e dove è stata nascosta la microspia che le ha registrate.

Secondo le informazioni in possesso di AgoraVox, la Procura di Reggio Calabria ha aperto un fascicolo di indagine top secret per favoreggiamento al clan Nasone da parte di esponenti delle forze dell’ordine. Non è possibile sapere se, ad oggi, ci siano già state iscrizioni nel registro degli indagati o se si stia ancora procedendo contro ignoti. Gli inquirenti stanno conducendo le indagini per identificare l’infiltrato, o gli infiltrati, della ‘ndrina nelle istituzioni con il massimo riserbo e, data la situazione, con un’attenzione particolare alla segretezza, e non lasciano filtrare indiscrezioni.

Intanto venerdì scorso, 15 giugno, alla conferenza stampa di presentazione del “decreto sviluppo”, il ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, Corrado Passera, annunciava giulivo la sua ricetta innovativa per riavviare la crescita economica del Paese: la Salerno-Reggio Calabria. E, per non essere da meno dei suoi predecessori, si è anche avventurato in una promessa: «Entro la fine dell'anno prossimo tutti i cantieri della Salerno-Reggio Calabria saranno completati. Ci metto la faccia». Non una parola su come affrontare le infiltrazioni criminali nei cantieri. E i dati ufficiali dell’Anas promettono meno bene di Passera: in quattordici anni dall’avvio dell’ammodernamento della A3 sono stati terminati appena il 56 per cento dei lavori. Il resto manca ancora all’appello. Più di un cantiere su dieci non è nemmeno stato avviato. E, nonostante le tante inchieste giudiziarie, la ‘ndrangheta continua comandare.

Fonte: Agorax Vox  19 Giugno 2012 



Incendi su terreni confiscati, l'Europa al fianco delle cooperative Libera Terra









Incendi su terreni confiscati, l'Europa al fianco delle cooperative Libera Terra


La Commissaria europea Malmstrom assicura sostegno e adozione direttiva europea su beni sottratti ai boss

Dalla redazione

Tre incendi in pochi giorni in Sicilia non hanno lasciato a guardare nemmeno l'Europa. Prima a Mesagne,  Belpasso e infine a Castelvetrano, le cooperative che lavorano sui terreni confiscati ai boss si sono trovate a gestire questo inizio d'estate condizionati da incendi e danneggiamenti. Su quei campi vengono prodotti ogni anno grano, olio, vino, arance e molti altri prodotti che sono il frutto di una economia tornata alla comunità e alla legalità. Un percorso di riutilizzo cui l'Europa guarda come modello di eccellenza cercando di adottare una normativa comunitaria. Mentre in Europa questo percorso sta per iniziare in Italia le cooperative sono in espansione ma le mafie non si arrendono, incendi, danneggiamenti e minacce, continuano. E dall'Europa all'Italia arriva il sostegno delle istituzioni, preoccupate di questa escalation di violenza e intenzionate a portare direttamente il sostegno della comunità europea.

L'Europa vicina alle cooperative Libera Terra«Ho appreso con preoccupazione degli attacchi di cui sono state vittime alcune fattorie di Libera in Sicilia e in Puglia - afferma Cecilia Malmstrom, Commissaria europea agli Affari interni - c'é il fondato sospetto che tali atti siano perpetrati allo scopo di intimidire chi sta cercando di riportare nell'alveo della legalità i beni e le proprietà confiscate ai gruppi criminali. Sono certa che le autorità italiane si impegneranno per fare piena luce su tali atti e per consegnare i responsabili alla giustizia», aggiunge la commissaria. «Nel mio recente viaggio in Puglia ho avuto l'opportunità di osservare l'eccellente lavoro svolto sul campo da "Libera", spesso in condizioni difficili, e vorrei ribadire ancora una volta il mio sostegno all'associazione ed a coloro che si battono contro le mafie e la criminalità organizzata», prosegue la Malmstrom. «La Commissione europea - assicura concludendo - continua il suo impegno per una rapida adozione della proposta di direttiva Ue che mira ad introdurre regole comuni in tutta l'Unione europea per la confisca dei beni della criminalità organizzata». Un impegno fortemente sostenuto dalla rete di associazioni di  Flare,Freedom Legality And Rights in Europe, in questi giorni a  Bruxelles per seguire i lavori sulla direttiva europea. Un “tesoretto” di milioni di euro quello  che le mafie nascondono da molti anni all'estero e che senza adeguati strumenti condivisi a livello europeo, sino ad oggi, è stato difficile individuare e sottrarre. Il sogno di Pio La Torre, l'impegno di Libera dal 1996, sono ad un passo dal diventare patrimonio dell'Europa, segnando una battuta d'arresto alla globalizzazione delle mafie. 

Alce Nero dona grano a cooperative Puglia.  Dopo gli incendi la macchina della “corresponsabilità” si è messa in moto non solo in Europa ma anche in Italia e sono arrivate le prime offerte di sostegno. Gli agricoltori di Alce Nero, ad esempio,  hanno deciso di donare «una macchina» di semola, pari a 50 quintali, per ridurre la perdita dei raccolti nei terreni confiscati alla criminalità organizzata e affidati alla Cooperativa «Terre di Puglia - Libera Terra».  «E' chiaro l'intento di portare danno a chi combatte per ristabilire la legalità – dichiarano in una nota - attraverso un'economia giusta e pulita che punta a restituire alla collettività le ricchezze e la dignità che le mafie sottraggono con la violenza e con il fuoco, un fuoco continuo ed organizzato che - chiedono - deve essere fermato». La continua e reiterata messa a fuoco di oliveti e campi di stupendo oro giallo maturo nelle terre di Libera in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia «rispondono ad un chiaro disegno delle mafie di aggressione e distruzione - afferma Lucio Cavazzoni, presidente di Alce Nero & Mielizia - e chi brucia i campi e le piante , il cibo ed il lavoro criminale quattro volte. E per tutte e quattro va perseguito e condannato. Questi distruttori dovranno rendersi conto che queste terre sono ormai davvero libere». Il 15 giugno scorso a Belpasso (Ct), sui terreni della cooperativa intitolata a “Beppe Montana” oggetto anch'essa di un incendio nei giorni scorsi, sono arrivati  anche tutti i volontari della rete di associazioni di Libera in Sicilia.  A sostenere i giovani che lavorano in quella cooperativa anche una delegazione della Commissione antimafia. Un segnale, quello lanciato da Alce Nero e dalle istituzioni europee e italiane, di “corresponsabilità”: quel percorso nato sui beni confiscati non appartiene solo a chi ogni giorno lavora quei terreni ma è un “bene comune” che va difeso e sostenuto dal Nord al Sud del Paese nell'interesse di tutti. 

Fonte: Liberainformazione  18 Giugno 2012