"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

Quei martiri per caso nelle guerre di Gomorra







Quei martiri 


per caso 
  

nelle guerre 


di Gomorra

Un barista di 42 anni, padre di famiglia e incensurato,
ammazzato da un maledetto proiettile vagante. Morto in
un modo che sembra essere fortuito. Nell’indifferenza di tutti, ma non del suo paese che è sceso in piazza e ne ha difeso la memoria.
È proprio in questa terra, e nelle sue
energie paralizzate, che l’Italia può trovare gli anticorpi.

Per rinascere, e non per caso

di Roberto Saviano


SCASUALMENTE. È accaduto scasualmente, dicevano. Questa è la parola che viene utilizzata nello slang napoletano per descrivere qualcosa che è accaduto "per caso", "non intenzionalmente".
Scasualmente, hanno detto, è stato ammazzato Andrea Nollino, 42 anni, davanti a un bar di Casoria. Il suo bar. Non doveva essere ucciso lui, ma qualcuno che gli somigliava o qualcuno tanto vicino a lui da giustificare quel proiettile vagante. O forse non è andata così. C'è chi avanza altre ipotesi: le analisi balistiche dimostrerebbero che i proiettili sarebbero stati diretti tutti, e con una certa precisione, proprio in direzione di Andrea Nollino e non, come si era pensato, in direzione della Ford Ka gialla. 
Inoltre Andrea, nella zona vecchia di Casoria, quella di San Mauro, dove è fortissima la presenza di un sottobosco malavitoso, si era sempre distinto per la sua onestà: potrebbe essere stato punito per aver resistito alla legge dei clan? Casoria non è nuova ad assurde vendette. Nel 2010 un edicolante, Antonio Coppola, fu trucidato con tre colpi di pistola per aver rimproverato un uomo che stava rubando dell'uva dalla vigna di un conoscente. Antonio Coppola era incensurato, ma in un primo momento alle forze dell'ordine risultava con precedenti penali e così nessuno raccontò la verità su quella morte assurda. 
L'omicidio di Andrea Nollino, che sia stato casuale o una barbara punizione, è sconvolgente. Andrea arriva presto al suo bar, alle setteapre la saracinesca e inizia a pulire per terra. Due uomini arrivano e sparano con una pistola mitragliatrice. Tutto è avvenuto nello slargo San Mauro, dove c'è il bar di Andrea e di suo fratello, al primo piano vive la famiglia, la chiesa dove si sono svolti i funerali è lì di fronte. La ditta delle onoranze funebri è poco distante. Un'esistenza intera descritta e ordinata in una manciata di metri, dove si è svolto tutto: vita, lavoro, matrimonio, morte, funerale.
Eppure sono così complesse le sintesi di queste vite che si svolgono in paesoni smisurati che non riescono a essere metropolitani, che contano decine di migliaia di cittadini (Casoria ne ha più di 79 mila), ma restano paesi con regole d'omertà, con economie illegali, quasi come uniche economie vincenti ma anche con un senso di unità civile che questa volta Casoria ha insegnato all'intera nazione. 

La famiglia Nollino ai funerali è piena di un'immobile e composta dignità. Al contrario le famiglie di mafia quando soffrono una perdita sanno che tipo di sceneggiata devono compiere, sanno come recitare il dolore, che partitura seguire, come urlare e strapparsi i capelli, come dichiarare vendetta in quel pianto o chiedere tregua in quelle grida. I figli di Andrea, Raffaele e Carmen, erano presenti al funerale, non la più piccola di 4 anni, ma sulla saracinesca abbassata del bar c'è un disegno, forse della bimba dedicato a suo padre. Al corteo funebre hanno partecipato in moltissimi, qualche urla, tanti applausi, un gesto che tende a sfogare la rabbia, ma forse di più a omaggiare un lavoratore, un padre di famiglia, morto mentre stava facendo il proprio dovere: lavorare. 
Tantissimi ragazzi dietro il feretro e nessun programma antimafia nessun piano politico, null'altro che dolore. Dolore per un gesto schifoso, per una morte assurda. Empatia totale. Ciò che ancora una volta mi ha sconvolto, ma forse dovrei smetterla di stupirmi, è che di nuovo l'Italia ha ignorato la notizia o quasi. Della morte di Andrea ne hanno parlato più o meno diffusamente i media locali, un cenno in quelli nazionali. Nessuna apertura dei tg, niente prime pagine dei quotidiani. E c'è da dire che, se in questo caso la notizia è arrivata, è stato solo per la quantità: nel Napoletano ci sono stati tre morti in dodici ore, è scattato l'allarme "guerra di camorra" e solo per questo la notizia è passata. 
Nelle stesse ore in cui moriva Andrea, sono stati uccisi Giuseppe Sannino, di ventun'anni, abbandonato di notte davanti a un ospedale, e Marco Riccio, già padre di due bambini a soli 18 anni, vittima di un'esecuzione di camorra. 
Sempre così funziona: le morti in terra di camorra arrivano sulle prime pagine solo per accumulo. Un morto, poi due, poi tre sino a quando i media non possono ignorare la mattanza e la raccontano. Immaginate se un barista milanese fosse stato raggiunto in faccia da un proiettile? Il territorio sarebbe insorto perché a morire sarebbe stato di certo un innocente. Il governo avrebbe inviato un legato per mostrare che non si può morire così in un Paese democratico e civile mentre si sta lavorando senza che le istituzioni reagiscano energicamente.
Se muori in terra di camorra, invece, c'è sempre il sospetto che tu sia camorrista. Poi accade che i tempi d'accertamento siano lunghi e quando è chiaro che la vittima è innocente è troppo tardi per raccontare la sua storia come meriterebbe di essere raccontata, ovvero come la storia di un martire civile.
Notizia non più attuale, equivale a memoria scomparsa. 
Ma questa volta la comunità di Casoria si è mossa, ha portato avanti la sua memoria
Andrea non era un camorrista. Così dichiarano e raccontano le persone di Casoria assieme a don Tonino Palmese e don Mauro Zurro, sacerdoti sempre presenti che sanno sostituire tutto ciò che è assente in quella disgraziata regione: stato diritto famiglia serenità. Se chiedessi a un milanese, a un bergamasco, a un veneziano, a un romano, a un palermitano chi è Andrea Nollino, non saprebbe rispondermi. Non saprebbe che è l'ultimo morto innocente di una lunga lista.
L'ultimo morto ucciso, come dicono, scasualmente. Scasualmente è stata uccisa Silvia Ruotolo, scasualmente è stata uccisa Annalisa Durante. Scasualmente sono stati uccisi Gigi Sequino e Paolo Castaldi, due amici poco più che ventenni, scambiati per due affiliati. 
Scasualmente è stato ucciso Dario Scherillo, ragazzo che non c'entrava nulla con la faida di Scampia. Ma quando un territorio vive in guerra non è mai scasualmente che si muore
È una interpretazione sbagliata. Semmai quando un proiettile viene deviato, quando vengono scambiati gli obiettivi, quando si muore perché "troppo" onesti, semplicemente la logica camorristica del "qui tutto ci appartiene" è compiuta. La logica del poter decidere su tutto, della vita e della morte di chiunque, perché qui tutto è cosa loro.
Dobbiamo sapere che chi muore è stato ammazzato non solo dalla camorra, ma anche dall'indifferenza, dall'inazione, dalla mancanza di soluzioni e proposte politiche reali per risolvere una piaga che nel nostro Paese è la piaga.
Casoria è terra difficile. È terra di camorra, è terra di euro falsi, i migliori mai prodotti in 
Europa sono stati stampati in questa zona. 
Qui la crisi la si vive, ma con meno dramma che altrove perché l'assenza totale di lavoro c'è da così tanti anni che ormai sono tutti assuefatti.
 Le banche hanno azzerato da tempo le possibilità di finanziamenti e, piaccia o meno, il lavoro nero è l'unico ammortizzatore sociale davvero funzionante.
 Il Sud è colmo di ragazzi che lavorano in nero nelle fabbriche di confezioni, di guanti, di scarpe, di giacche, di vestiti: sono tutti lavoratori onesti. 

Tempo fa il ministero dell'Economia diffuse una pubblicità progresso sui parassiti sociali, ovvero sugli evasori. Ciò che mi colpì fu che il testimonial "negativo" di quella campagna di sensibilizzazione era un ragazzo sui trent'anni, scuro di carnagione, barba incolta, vestito in maniera semplice e dimessa. Non so voi, ma io un parassita, un evasore me lo immagino diverso: magari giacca e cravatta, ben rasato e non necessariamente con le fattezze dell'uomo del Sud. La trovai fastidiosa. Forse perché in quel viso vidi i miei lineamenti e i lineamenti di molti miei amici. 
Gli evasori hanno in genere ben altra prestanza. Ecco, in queste terre o lavori nell'edilizia o fai scarpe, o cuci: è certo che diritti ne avrai pochi e questi pochi saranno una concessione e una discrezione dei tuoi datori di lavoro. È l'ultima parte manifatturiera d'Occidente che resiste alla concorrenza dei Balcani e della Cina. Pochi soldi, nessun diritto. Dovrebbe far riflettere che il lavoro in nero del sud Italia è l'unico concorrente possibile, nel nostro Paese, di merci prodotte e importate dove non c'è regolamentazione sull'età lavorativa, sugli orari di lavoro. 
Una parte di mondo politico sa che il Sud in queste condizioni  è garanzia di immobilità e resta  un enorme serbatoio dove continuare a comprare voti per pochi euro. Questo Sud è una garanzia alla rielezione di molti. Chi sa, sono anni che ci diciamo che qualcosa sta cambiando. Che tutto deve cambiare; le amministrazioni locali ci provano, spesso con troppi proclami, ma dal governo non arrivano segnali. Questo governo occupato in complicatissime manovre non ha mai pronunciato la parola Mezzogiorno. 
Eppure il Sud è una palestra, abituato com'è a una situazione di disperazione quasi perenne. Per questo ha più forza per ripartire, per fare da traino all'intero Paese paralizzato dalla crisi. Il Sud questa paralisi la conosce da tempo e le sue energie possono essere fondamentali per trovare insieme gli anticorpi. La morte di Andrea Nollino, lavoratore, e la reazione del suo paese dimostrano che a Sud c'è ancora una guerra. Che si combatte in ogni forma, che è disoccupazione, lavoro nero, affiliazione nei clan, scelta di partire come volontari nelle missioni di pace. Questa guerra ha creato, di generazione in generazione, una capacità di resistenza incredibile. Da qui l'Italia deve ripartire.
Le nuove generazioni di meridionali oggi possono 

essere la speranza del Paese. 


E questa  volta non scasualmente. 




Fonte Repubblica.it  3 Luglio 2012

Così i clan mettono le mani sul Belpaese






Così i clan mettono le mani sul Belpaese



Legambiente: «Attacco continuo all'ambiente che porta alle mafie oltre 16 miliardi di euro»



L'approfondimento dalla redazione


Sono passati più di dieci anni dalla prima ordinanza di custodia cautelare emessa per traffico illegale di rifiuti nel nostro paese. L'operazione era la "Greenland" ed era coordinata dalla procura di Spoleto. Da allora i numeri della Rifiuti Spa raccontati nelle inchieste giudiziarie e nelle cronache giornalistiche sono in continuo aumento. Secondo il rapporto ecomafia 2012 presentato oggi a Roma al Nuovo Cinema Aquila (bene confiscato e restituito alla collettività) da Legambiente sono 33.817 i reati ambientali scoperti nel 2011, circa 93 al giorno, il 9,7% in più del 2010. A far lievitare queste cifre, rispetto allo scorso anno, da un lato l'intensificarsi delle attività investigative (con protocolli interforze) dall'altro la crescita dei reati contro il patrimonio faunistico, gli incendi boschivi, i furti delle opere d'arte e i beni archeologici. Triplicate, inoltre, le illegalità nel settore agroalimentare. Cifre e storie contenute nell'indagine annuale realizzata da Legambiente che non risparmia quasi nessuna regione del Paese. E che guarda anche all'estero: 23 i paesi esteri coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti in partenza dall'Italia. 18 amministrazione comunali sciolte per mafie, spesso coinvolte in indagini su reati ambientali e 296 i clan coinvolti. A presentare il dossier di Legambiente, Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente, il ministro dell'Ambiente Corrado Clini, il sottosegretario all'Interno, Carlo De Stefano, il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. Inoltre, il presidente della Commissione parlamentare europea, Sonia Alfano, il vice presidente della commissione parlamentare antimafia, Roberto Della Seta per la Commissione Ambiente  del Senato e Marco Marchetti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

Le cifre del rapporto ecomafie 2012. «Ci misuriamo con un'Italia che vorremmo diversa – dichiara il responsabile dell'Osservatorio ambiente e legalità, Enrico Fontana – introducendo le storie e i numeri di questo rapporto annuale curato da Legambiente. E lo facciamo sempre con maggiore impegno e con il lavoro prezioso delle forze dell'ordine, che con nuovi strumenti e in maniera sempre più efficace sono preposte al contrasto delle illegalità ambientali: dal ciclo dei rifiuti a quello del cemento». Nel dossier di Legambiente i numeri: nel 2011 le forze dell'ordine hanno effettuato 8,765 sequestri, 305 areresti (incremento del 48,8% rispetto allo scorso anno) con 27.969 persone denunciate (7,8% in più rispetto al 2010). Le ecomafie si diffondono in tutto il Paese. Nella classifica delle illegalità ambientali è sempre la Campania a mantenere la prima posizione, seguita da Calabria, Sicilia, Puglia e Lazio. Nelle prime posizioni (ottava e nona, rispettivamente) rimangono Lombardia e Liguria, seguite da Abruzzo e Emilia Romagna. La maggior parte dei reati, dunque, riguarda ancora una volta le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, simbolo  - commenta il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini -  «che le mafie sono più radicate dove più scarsa è la governance del territorio». «Quello che stiamo facendo in questi pochi mesi di governo – continua il ministro – è di riportare a livelli standard di buona e ordinaria amministrazione la governance nei singoli territori». L'ambiente, racconta nel suo intervento Clini, è spesso utilizzato come bacino elettorale, come luogo di consenso in cambio di posti di lavoro, e non si fanno gli interventi utili che servirebbero per risolvere i tanti problemi che non permettono il miglioramento dell'ambiente. E' contrario, fa sapere il ministro ai commissariamenti straordinari «non vedo come le gestioni decennali straordinarie possano risolvere situazioni che l'amministrazione quotidiana e ordinaria non riesce a risolvere». Un problema di mafiosi, certo. Ma anche di corruzione e di nuovi mafiosi celati sotto l'aspetto di “professionisti” di settore. Lo ricorda nel suo intervento il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza affermando «vizi privati e relazioni pubbliche tendono a fondersi in unica zona grigia dove lecito e illecito  si mischiano e si sostengono a vicenda, spesso con la mediazione di figure interne alla pubblica amministrazione, grazie al collante della corruzione sempre più diffusa». In lieve flessione, secondo i dati di Legambiente, i dati inerenti al ciclo dei rifiuti e del cemento. 

Botta e risposta sul “Sistri”. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione sul ciclo dei rifiuti e Roberto della Seta, in momenti diversi durante il dibattito hanno sottolineato la necessità che si torni al progetto “Sistri” o comunque ad un sistema di tranciabilità dei rifiuti, progetto che aveva dato il via al discusso sistema nato sotto il Governo Berlusconi. Il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, ha precisato che «si tratta di un sistema che ha presentato due limiti. Uno dall'inefficienza stessa del sistema (in sostanza non distingue adeguatamente fra i diversi tipi di rifiuti) e l'altro - sottolineato anche dal presidente Pecorella – dalle modalità in cui è nato il sistema “Sistri”. Secondo Clini sono venute a mancare “trasparenza” e “efficienza” e dunque è il momento di valutare se mantenere questo sistema di tracciabilità dei rifiuti o se sostituirlo con uno nuovo. Il ministro, sottolinea inoltre che la cancellazione del Sistri (al momento solo in fase di valutazione e sulla quale si avrà presto una risposta definitiva) era stata chiesta trasversalmente da diverse forze politiche presenti in Parlamento. Come dire, uno strumento che non era la soluzione, forse,  ma che metteva già timore a molti. 

Ecomafie, business internazionale.  «Abbiamo individuato – sottolinea il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, una serie di reati tipici del traffico di rifiuti e siamo oggi in grado di migliorare le attività di contrasto. C'è grande coordinamento interforze e scambio di documenti e buone pratiche. Serve però l'intervento anche delle altre nazioni, perché quando i rifiuti viaggiano dall'Italia all'estero diventa difficile rintracciarli». Sono 5.284 reati e 5.830 persone denunciate per il traffico o lo smaltimento illecito di rifiuti nel 2011 nel nostro Paese ma non solo. Nelle inchieste emergerebbe, con sempre maggiore evidenza,  il peso degli altri Paesi in questi traffici. 23 nazioni  tra Europa, Asia e Africa, coinvolti nelle inchieste. Un incremento del lavoro di indagine, frutto – sottolineano da Legambiente – del prezioso monitoraggio (riportato anche nel dossier 2012) dell'Agenzia delle Dogane, che permette ogni anno di documentare in maniera dettagliata i mercati globali dell'ecomafie. Materie prime sottratte ad aziende  e ai consorzi di riciclaggio legali che vanno ad arricchire le organizzazioni criminali: rifiuti in plastica e rottami ferrosi attraverso giri fittizi e falsificazioni di bolla d'accompagnamento finiscono interrati in strade, dentro piloni, in vecchie cave, in cantieri edili o siti oltre confine. Un allarme rilanciato durante la presentazione del rapporto anche dalla presidente della neonata Commissione antimafia europea, Sonia Alfano, che ha spiegato come il lavoro del nuovo organismo di Strasburgo stia procedendo mettendo fra le priorità i traffici illeciti e i reati di ecomafie, annunciando fra l'altro, che il prossimo 11 luglio proprio Legambiente sarà in audizione in commissione europea antimafia 

La denuncia e la proposta. Come da tradizione Legambiente fornisce nelle oltre 400 pagine che formano il dossier la denuncia sui reati ambientali che si consumano nel Paese. Ma accompagna a questa analisi una serie di proposte. Alcune sono di tipo normativo. Durante il dibattito, Fabio Granata della Commissione antimafia e il collega Roberto Della Seta, in particolare, l'hanno ricordato: serve associare alle parole i fatti e portare avanti i disegni di legge che giacciono in Parlamento. Su tutte una legge quadro che riordini il sistema dei rifiuti nel nostro Paese al momento  oggetto di lavoro in Senato. «C'è bisogno – spiega Enrico Fontana – di stringere un vero e proprio patto per Ambiente e Legalità che abbia dentro una attenzione alla semplificazione normativa che va bene solo se i controlli di verifica sono efficienti e l'introduzione nel codice penale dei reati contro l'ambiente». Intensificare sempre più le buone pratiche già in corso nel nostro Paese nelle amministrazioni pubbliche, nelle imprese (primo avamposto di legalità o di illegalità a seconda della capacità di coniugare sviluppo e impresa) e nel sistema investigativo. A tal proposito, durante la presentazione del rapporto ecomafie Marco Marchetti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha presentato il frutto di una nuova collaborazione fra l'istituto e il corpo forestale dello Stato e altre forze dell'ordine preposte al controllo dell'ambiente. Se le mafie hanno “creatività” nel mimetizzarsi nella società civile e nelle imprese per fare affare anche la risposta antimafia usufruisce delle migliori intelligenze del paese che con l'ausilio della tecnologia sempre più avanzata prova a smontare questo sistema che gode soprattutto di una vasta area di sostegno, che grazie a corruzione e illegalità diffusa, rafforza il potere dei clan. 
E compromette ambiente e democrazia nel Paese. 

Fonte Liberainformazione.it  4 Luglio 2012

Amato Lamberti un uomo giusto





Amato Lamberti
un uomo giusto


di Santo Della Volpe

Tutti i giornalisti italiani, sicuramente una intera generazione di cronisti che si sono formati negli anni ’80, hanno un debito di riconoscenza verso Amato Lamberti, che ci ha lasciati troppo presto, a 69 anni, pochi giorni fa.  Amato è stato un punto di riferimento per capire la camorra ed il legame tra camorra e politica in quegli intrecci che a Napoli, negli anni  '80, erano in molti a pensare che fosse “fantasia” di dietrologi. Esplose quell’intreccio con l’affare Cirillo e con i disastrosi affari del post-terremoto del 1980 che portarono al secondo e definitivo “sacco” di Napoli. Allora le mani sulla città  le misero i camorristi ed i politici ad essi legati, mentre la corruzione dilagava come il debito pubblico italiano: ma di fronte alle accuse di genericità, di “politicizzazione”  da parte dei vari Gava, Cirino Pomicino, De Lorenzo e Di Donato contro giornalisti e cronisti, Amato Lamberti, da professore e studioso rigoroso, i contrappose l’Osservatorio sulla Camorra presso la Fondazione Colasanto, della Cisl. Era il 1982 quando scrisse: «Tutto cambia, ma non tutto si può cambiare, non basta volere, ma bisogna studiare e capire, ragionare e far ragionare». 

Lì si studiava il fenomeno Camorra, si leggevano e spulciavano gli atti e


 le delibere di Comuni, 
Province e Regione Campania. Lì si analizzavano le inchieste della magistratura, lì si 
discutevano e si ipotizzarono gli intrecci precisi tra clan camorristici, imprenditoria e politica, 
prima che i pentiti Galasso ed Alfieri tra i tanti, ne parlassero apertamente ai magistrati 
facendo scoprire quelle connessioni che Amato Lamberti ed il suo gruppo di giovani studiosi e 
politici già avevano capito e studiato; lì, in quell’Osservatorio, si formavano  innanzitutto  
giovani d’impegno sociale ed universitario, oltre a giornalisti che partendo dal rigore etico e 
degli studi, dalla Sociologia non solo studiata  sui libri, ma praticata come analisi e 
connessione dei fatti,impararono a crescere personalmente e culturalmente  conoscendo i 
fenomeni camorristici, con l’intento di lavorare per sradicarli. 

Furono anni di denuncie e di entusiasmi per molti: un nome tra tutti, Giancarlo Siani che di Amato Lamberti fu allievo, amico e, come di tanti giovani napoletani passati dall’Osservatorio, compagno di strada indimenticato. Amato Lamberti guidava questo gruppo di giovani verso l’impegno sociale e politico, con la sua flemma e decisione, direi mite e ferma volontà unita ad una dolcezza nei rapporti umani, da vero “signore napoletano”: per primo capì l’importanza dell’educazione alla legalità, dell’impegno nelle scuole come antidoto alla camorra dilagante nei quartieri più diseredati, disegnando già nel 1985 la prima legge regionale sull’educazione alla legalità.   Contribuì così a quella primavera napoletana del dopo “tangentopoli” napoletana, insieme ad Antonio Bassolino prima e poi come presidente della Provincia di Napoli per ben 9 anni, dal 1995 al 2004: anni intensi dove il risanamento era non solo economico,ma morale ed etico soprattutto dopo i disastri dell’era camorrista della politica napoletana, cui Amato contrapponeva il suo esempio, oltre al suo impegno politico. Per noi giornalisti che scendevamo a Napoli per le nostre inchieste, parlare con Amato significava conoscere soprattutto quel che stava succedendo, oltre il fatto di cronaca: lui era la persona che ci faceva capire  "il contesto" gli intrecci appunto, della Camorra, quello che  significava, per Napoli e la sua gente, quel disastroso  corto circuito di interessi. Ma il suo modo di incontrarci non era mai formale: ricordo le tante occasioni di incontro a Napoli, le lunghe passeggiate parlando ed analizzando, anche quando magari il tempo stringeva,la corsa verso il "montaggio" del pezzo incombeva. 

Amato, con calma, diceva “va beh parliamo, poi magari l’intervista la facciamo un’altra volta, l’importante è capire quello che sta succedendo qui a Napoli”. Ed io a spronarlo; no guarda è importante che tu mi sviluppi questo concetto al microfono, magari in poche parole. "Ma qui ci vogliono azioni concrete, altro che parole", mi diceva indignato (finto, ma ormai il messaggio l’aveva lanciato…) prima di fare quell’intervista dove, come sempre, in poche parole illuminava  e faceva capire veramente quel che stava succedendo. Per poi salutarci con la frettolosa promessa di un altro incontro perché doveva parlarmi bene di altre storie, altre “questioni”. 

Nell’ansia, ben celata, di farmi capire bene ma proprio bene quel era il vero problema da sviluppare in TV. Una volta poi, era già presidente della Provincia, mi diede appuntamento dietro Palazzo Matteotti, davanti ad una uscita secondaria; arrivai un po’ in ritardo e lo vidi venirmi incontro, a piedi e solo. E lì scoprii che aveva rinunciato alla macchina di servizio. E non solo a quella. “Ho la macchina posteggiata un po’ lontano” mi disse, “facciamo due passi così mi accompagni”. Lo guardai stupito. Andammo al parcheggio, pure un po’ lontano, sempre a piedi, con l’operatore tv carico di attrezzatura che arrancava dietro: lui presidente in guerra,vera, contro gli interessi della camorra, camminava senza scorta e senza auto della Provincia, che aveva dimezzato, cominciando in prima persona a rinunciarci, se non per le rare occasioni ufficiali.

 Un cittadino come altri, in mezzo al traffico come tutti. Amato Lamberti era speciale anche per questo. Dietro il suo sorriso c’era entusiasmo, anche se la delusione era entrata, e non solo recentemente, nel suo vocabolario . Ma alla politica non aveva rinunciato, con i Verdi ed i movimenti collegati,contro le ecomafie prima di tutto e contro chi sulla “mondezza” napoletana aveva lucrato e fatto miliardi: ma da quella vicenda, anzi tragedia, napoletana dei rifiuti e del ciclo malefico ad essa legato, era uscito sconsolato ed arrabbiato,vedendo la sua città così ridotta e la politica di quella Primavera su cui aveva puntato sin dal periodo dell’Osservatorio, così impotente di fronte alla soluzione di quegli intrecci che lui stesso per anni ed anni aveva denunciato. Ed aveva continuato a studiare quella “camorra alta” e “mafia liquida” fatta di colletti bianche e società collegate, un vero network di aziende camorriste in affari, capaci di offrire servizi e conquistare posizioni riciclando soldi ed investendo là dove l’economia legale arranca per la crisi. Scriveva: «La camorra è diventata “sistema” al quale partecipano dipendenti della Pubblica Amministrazione, imprenditori, politici. Si combatte con la trasparenza. Se c'è camorra nei Comuni, i politici non possono non sapere. Pensare alla camorra come organizzazione criminale non aiuta a capire i problemi. La camorra è una lobby politica-imprenditoriale-criminale che controlla l'economia e le pubbliche amministrazioni in Campania».  

 Amato Lamberti ci mancherà ma a lui dobbiamo molto e molto ancora: e soprattutto quell’insegnamento al rigore ,alla sua ferma posizione di lotta alla politica che arraffa e non risolve, la sua coerente ricerca di verità e giustizia che nel 1995 l’aveva fatto aderire con entusiasmo alla nascita di Libera nel coordinamento regionale della Campania. E ci mancherà la sua persona e la sua limpidezza: quegli insegnamenti ed esempi che fanno anche di noi giornalisti persone con la schiena dritta, sempre.


Fonte Liberainformazione.it

Continua aggressione a beni confiscati, incendio su terreni in Campania







Continua aggressione a beni confiscati, incendio su terreni in Campania


LE FIAMME BRUCIANO ETTARI DI GRANO DESTINATI ALLA PRODUZIONE DEI "PACCHERI DI DON PEPPE DIANA"


Don Luigi Ciotti:«Andiamo avanti con piu' forza e determinazione, quelle terre sono libere»


di Michele Docimo




Non è affatto un vento benevolo quello che ha spinto i fuochi dalla Sicilia alla Puglia fino in Campania .
E' la mano di chi vuole fermare ciò che di buono si produce sui beni confiscati. Una mano finora anonima che nella notte ha appiccato il fuoco in diversi punti dei numerosi ettari, confiscati ed affidati alla "Cooperativa le Terre di don Peppe Diana", coltivati a grano in località Cento Moggi a Pignataro Maggiore. Grano che era pronto per l'imminente mietitura e che doveva servire per realizzare i "Paccheri di don Peppe Diana" commercializzati dalla Cooperativa.

«Nei giorni scorsi - commenta Don Luigi Ciotti, presidente di Libera - il tentativo di incendio su 4 ettari di aranci a Lentini in Sicilia,cinque ettari di legumi distrutti a Isola Capo Rizzuto, stanotte bruciati dodici ettari di grano a Pignataro Maggiore pronti per la mietitura per realizzare i paccheri Don Peppe Diana. Continua l'aggressione ai beni confiscati – commenta Don Ciotti - una rappresaglia continua e reiterata con il chiaro intento di colpire chi lavora per ristabilire legalità e realizzare economia giusta e pulita nel nostro paese. Non possiamo piu' pensare a delle coincidenze, esprimiamo gratitudine verso il Corpo Forestale, il Ministro dell'Interno, le forze dell'ordine per il loro contributo per garantire la sicurezza di quelle realtà». «Dall' assemblea nazionale di Libera conclusasi ieri a Senigallia il grido del Noi è uscito forte e chiaro: non ci fermeranno andiamo avanti con piu' forza e determinazione , quei criminali- ha concluso Don Ciotti - devono rendersi conto che queste terre in Calabria, in Sicilia, in Campania,nel Lazio, in Puglia sono ormai davvero libere».

Il territorio non è restato con le mani in mano. Libera Caserta ed il Comitato don Diana hanno espresso ferma e decisa condanna dinanzi all’incendio di chiara matrice dolosa, che ha mandato in fumo più della metà del raccolto. Il direttivo provinciale delle due associazioni, guidate da Valerio Taglione, è assolutamente convinto della necessità di andare avanti senza demordere: «Staremo accanto ai soci cooperatori e continueremo a lavorare per liberare questo territorio dai soprusi e dagli interessi criminali. Non è possibile che qualcuno pensi ancora di intimidirci e non è pensabile che ce ne staremo zitti e buoni lasciando che anni di impegno e di lotta per il riscatto sociale di questa Provincia vengano gettati al vento. La cooperativa ed i soci non sono mai stati soli e mai lo saranno, perché come loro e con loro abbiamo la responsabilità etica e morale della memoria e dell’impegno, nell’ottica di una produzione sociale capace di essere alternativa ed antidoto dell’economia criminale».

Le associazioni hanno poi promosso, in collaborazione con Libera Campania, una scorta sociale alle operazioni di mietitura.  «Una pubblica manifestazione - si legge in una nota - che vuole essere una valida e significativa risposta contro il vile atto che distrutto il 70% del raccolto di grano. Il responsabile o i responsabili, chiunque essi siano devono immediatamente capire che nessuno è disposto a fare passi indietro e che i soci cooperatori non sono soli. A scegliere la legalità e la produzione sui terreni confiscati alla camorra siamo in tanti, chi desidera colpirci è bene che desista»

Fonte  Liberainformazione  2 Luglio 2012


Amministratori pubblici, ancora intimidazioni in Calabria





Amministratori pubblici, ancora intimidazioni in Calabria



NEI MESI SCORSI LA VISITA DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA E IL MINISTRO DELL'INTERNO, ANNA MARIA CANCELLIERI


Monasterace, dopo le minacce al sindaco, in fiamme l'auto della consigliera comunale, Clelia Raspa


di Giulia Fresca


C’è una Calabria dalle due velocità: quella delle parate, dei ministri e sottosegretari che si avvicendano per sponsorizzare eventi fumosi e che poco hanno a che fare con questa terra d’argilla che, metaforicamente, si sgretola alla sola vista, e c’è quella che combatte resistendo. Sono quelli presi nel mirino di chi non accetta l’anticonformismo, quello che si contrappone al “favore”, allo scambio di voti, alla “non parola scritta”, alla “foto non pubblicata” o al fatto stesso di avere aperto bocca. Non è la ‘ndrangheta che colpisce gli uomini, ma è la cultura ‘ndranghetista che è radicata in ogni essere che ragiona (si fa per dire) con la propria testa secondo la propria legge: che è ovviamente quella del più forte, o di chi si sente tale.

Ecco che allora continuano le intimidazioni ai sindaci, agli amministratori comunali ed ancora una volta, l’ennesima, tocca ad una donna.  Dopo la farmacia del sindaco, Maria Carmela Lanzetta, poco più di un anno fa, e ripetuti atti intimidatori che l’hanno indotta, nei mesi scorsi a rassegnare le dimissioni, ritirate a seguito dell’onda di reazioni scatenate e dopo la visita del Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, della Commissione antimafia e del leader del Pd, Pier Luigi, questa volta ad essere data alle fiamme è stata l’auto della consigliera comunale e capogruppo di maggioranza, Clelia Raspa, medico in servizio nella sede Asp di Locri.

Immediata la reazione di Maria Carmela Lanzetta che rilancia come «tra falsi comunicati, menzogne e spiate postate su Facebook, si inserisce l’ennesimo attentato intimidatorio ai danni di una consigliera dell’Amministrazione Comunale, stimatissima e degnissima professionista che tanto ha dato e sta dando a Monasterace. La sua vita professionale si è sempre svolta e si svolge in tutta la Vallata della Stilaro con abnegazione, senso del dovere e tanta semplicità- continua il sindaco- le stesse doti che finora ha messo al servizio della Comunità di Monasterace, pur non avendo accettato alcuna carica amministrativa». Ma non finisce qui e dimenticare è ancora più vile che ignorare. Per tale motivo la Lanzetta rimarca che «l’intimidazione si somma a quella del Sindaco Zoccali di Santo Stefano d’Aspromonte, al Sindaco Pittari di S. Giovanni di Gerace, al Sindaco Brosio di Parghelia, al giudice Nicola Gratteri, al giudice Giuseppe Lombardo, al Beach Side di Bovalino, per citare solo gli ultimi. A nome mio e dell’Amministrazione Comunale esprimo a tutti loro – conclude Lanzetta – vicinanza e solidarietà totale, con la speranza che un giorno saremo liberi di amministrare senza quei tentativi di condizionare il nostro lavoro, minando le fondamenta del tessuto democratico in cui ognuno è stato chiamato ad operare».

Ma la scorsa notte qualcuno ha anche esploso 4 colpi di fucile calibro 12 caricato a pallettoni contro l’auto dell’Assessore Comunale ai Lavori Pubblici del comune di Polistena Domenico Muià. «L’azione compiuta oltre che rappresentare un gravissimo atto di intimidazione contro una persona impegnata nelle istituzioni con onestà, impegno e diligenza al servizio dei cittadini – si legge nella nota del sindaco Michele Tripodi – si inquadra in un disegno terroristico-mafioso che punta a condizionare il lavoro trasparente dell’Amministrazione Comunale democraticamente eletta dal popolo di Polistena».

Al messaggio della Lanzetta si unisce quello del senatore Luigi De Sena che ha inteso estendere la propria solidarietà «anche a tutti i professionisti dell’ informazione ed agli amministratori locali che operano in territori difficili come la Calabria, dimostrando un costante impegno civile e democratico sganciato da qualsiasi meccanismo perverso di condizionamento. L’ inarrestabile escalation di intimidazioni e attentati che continuano a susseguirsi su tutto il territorio regionale è tematica tuttora sottoposta all’ attenzione della Commissione Parlamentare Antimafia .Auspico un’ inversione di rotta da parte della cittadinanza locale affinché non rimanga impassibile dinanzi a questo scempio criminale che si consuma quotidianamente in Calabria»

Uno “scempio criminale” che già Legautonomie Calabria, nel rapporto sulla sicurezza degli amministratori, ha rilevato, registrando nel 2011, ben 103 intimidazioni e circa mille dal 2000 ad oggi”. Il clima di impotenza che si registra nella regione è però all’apice rispetto agli anni passati. Non bastano più i proclami e non servono le parole non pensate. Qui si chiudono i Tribunali, si riducono i presidi della legalità, si mettono in ginocchio le imprese che non riescono ad ottenere i crediti dalla pubblica amministrazione. Bisogna stare attenti, molto attenti prima di giudicare i fatti: non è solo’ ndrangheta… qualche volta è anche “giustizia fai da te”, la peggiore quando manca lo Stato, l’unica che viene riconosciuta da molti in una terra da Far West come la Calabria.

Fonte Liberainformazione da (articolo 21)  2 Luglio 2012

Incendi sui terreni confiscati di Pignataro. Segnale inquietante di riroganizzazione dei clan.




Incendi sui terreni confiscati di Pignataro. Segnale inquietante di riroganizzazione dei clan.



Nella notte incedianti 100 ettari del terreno confiscato a Pignataro affidato alla cooperativa le Terre di Don Peppe Diana
Segnale inquietante a fronte del quale ci deve essere una risposta forte e immediata di tutte le Istituzioni. I camorristi sono topi di fogna e devono essere cacciati dalle nostre terre.

Di seguito il comunicato stampa diffuso:
«Arriva anche in Campania il fuoco doloso di chi vuole mettere in ginocchio le esperienze nate sui terreni confiscati: abbiamo appreso che nella notte sono stati incendiati i cento moggi di Pignataro affidati alla cooperitiva Le Terre di Don Peppe Diana, è andato distrutto gran parte del raccolto di grano» lo denuncia il Presidente della Commissione regionale Beni Confiscati Antonio Amato «Le indagini faranno luce sull’accaduto ma non sembrano esserci dubbi sulla natura dolosa con un incendio appiccato in più punti. E’ un atto vigliacco, vile, di chi ha paura dello straordinario processo di cambiamento in atto sui beni confiscati. Oltre alla solidarietà forte dell’intera commissione ai cooperanti e al movimento di Libera, è chiaro che a fronte di questa escalation che sta interessando tutto il Mezzogiorno è necessaria una risposta ferma, decisa e immediata delle istituzioni tutte. Stamane» continua Amato «abbiamo creato una forte sinergia tra Regione, Comune di Napoli, Prefettura e organi della magistratura per intraprendere un comune cammino per valorizzare i beni confiscati. E’ un processo che deve interessare l’intera regione. Rispetto a quanto sta accadendo è urgente che gli impegni si concretizzino, che si realizzino interventi immediati per l’affidamento, la gestione e la valorizzazione dei beni confiscati. E’ importante essere presenti su questi patrimoni, salvaguardarli e difenderli perché rappresentano un bene di tutti e il più importante strumento che abbiamo per combattere le mafie. Questi schifosi atti vandalici» conclude il Presidente della Commissione Regionale «sono gravi e preoccupanti, e danno il segno di una riorganizzazione dei clan dopo i colpi inferti da magistratura e forze dell’ordine. E’ necessario allora rispondere immediatamente certi della pochezza di camorristi e mafiosi  e della paura che hanno a fronte della risposta che la società civile sta portando grazie al riutilizzo dei beni confiscati. Così agisce chi è abituato a vivere nelle fogne. Cacciamoli via dalle nostre terre»

La lezione di Amato




La lezione di Amato

Il nostro saluto allo studioso e giornalista Amato Lamberti, fondatore dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità

di Marcello Ravveduto

Negli ultimi anni Amato Lamberti si era volutamente isolato, o meglio si era distaccato dal circuito di studiosi, esperti e giornalisti che in questi ultimi anni si sono rincorsi per tentare di analizzare le storie degli scissionisti napoletani e il potere dei mafiosi di Casal di Principe. Un allontanamento che non lo aveva, però, separato dal gruppo di lavoro dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità con il quale continuava ad avere un proficuo rapporto di collaborazione, rimanendone punto di riferimento scientifico. Aveva ripreso a studiare le mutazioni della camorra con quella umana e calda passione civile che ha sempre contraddistinto la sua professione accademica e l’impegno politico amministrativo. 

A gennaio, durante un convegno alla Federico II di Napoli, mi disse: «Ho deciso che non andrò più a convegni nei quali intervengono i magistrati». In parte era deluso dal protagonismo mediatico assunto da alcuni giudici, in parte riteneva, con amarezza, che non era sufficiente usare esclusivamente gli atti giudiziari per studiare gli intrecci tra affari, economia e politica dietro i quali si cela la camorra. Questa posizione, resa pubblica con la pacata determinazione del suo carattere, gli aveva attirato non poche critiche, anche da parte di settori della società civile cosiddetta riflessiva. Non si trattava, a mio parere, di un attacco al mondo della magistratura e dell’anticamorra militante, piuttosto sembrava il frutto di una riflessione derivante dall’osservazione dei rapporti tra criminalità organizzata e politica. Ad uno sguardo distratto il suo teorema sembrava far collimare in unico calderone camorra, pubblica amministrazione e corruzione. Ma leggendo i più recenti interventi pubblicati sul suo blog, “La città dolente”, e gli articoli scritti per i dossier dell’Osservatorio, si riesce a scorgere la trama di un ordito che risale all’inchiesta di Saredo, ovvero quando quel senatore del Regno fu inviato a mettere ordine nel comune di Napoli caduto in mano alla “camorra alta”. Ragionando sulla relazione di Saredo aveva individuato nella intermediazione la modalità d’azione criminale che una parte della classe dirigente campana plasma nella forma della politica e dell’economia.

 La “camorra alta” è in fondo composta da soggetti che si pongono al centro di un rete di interessi che ingloba veri e propri sistemi criminali in cui rientrano istituzioni civili, economiche, culturali e sociali. Un intermediazione duplice: la prima condizionante il potere legale, la seconda integrante la violenza della “camorra bassa”. L’esempio che usava per dimostrare questa teoria erano le decine e decine di comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche, dove l’essenza dell’intermediazione camorristica, nella gestione di appalti, voti, piani regolatori e servizi pubblici, prende corpo nella sagoma dell’amministratore camorrista: il colletto bianco che interloquisce contemporaneamente con consiglieri, sindaci, imprenditori, sindacalisti, dirigenti della pubblica amministrazione e violenti criminali. Una simile mutazione (del tutto coerente con il modello descritto da Saredo) è la risultanza plurisecolare di una criminalità che aveva definito “camorra liquida”: «In Campania, per cercare di comprendere appieno le caratteristiche assunte dal fenomeno camorristico, in questo processo di adattamento alle trasformazioni che hanno investito il territorio e il tessuto produttivo, dovremmo cominciare a parlare di “mafia liquida”, vale a dire di un sistema criminale innervato in modo interstiziale nel tessuto socio-politico- economico della società campana… siamo in presenza di connotazioni strutturali che intrecciano criminalità organizzata e organizzazione sociale, politica ed economica di gran parte del territorio regionale. Lo dimostrano i quasi cento comuni sciolti per infiltrazioni e/o condizionamenti del crimine organizzato. La camorra, inoltre, come seconda considerazione, ormai da tempo non svolge più semplicemente una funzione vessatoria e parassitaria sull’impresa e l’economia legale. Certo tale dimensione non è assente, come dimostrano la presenza costante di attività estorsive e di pratiche usurarie, in molte aree territoriali al di sopra di ogni limite di tollerabilità. Molto più importanti, però, appaiono i processi di accumulazione finanziaria illegale e la complessiva ristrutturazione della criminalità organizzata. 

Le organizzazioni camorristiche si configurano, infatti, come veri e propri network di società ed imprese che… erogano servizi a richiesta per individui, amministrazioni pubbliche, imprese produttive, mercati territoriali, sia di carattere illegale (sostanze stupefacenti, usura, gioco d’azzardo) sia di carattere legale ma a condizioni illegali (smaltimento illegale di rifiuti, costruzioni abusive, false fatturazioni, truffe all’Inps, all’Aima, agli incentivi della Comunità Europea)». La camorra come una gelatina appiccicaticcia (il Blob) si insinua in tutti gli interstizi lasciati vuoti dallo Stato e li domina mediando con il contesto ambientale, civile, politico, economico, culturale nei quali si è insediata. Una tesi condivisibile, anzi molto confacente allo sviluppo della società dei consumi di massa in cui il terziario, i servi di intermediazione appunto, sono la forma di impresa più diffusa.

Non dobbiamo ricordare Amato Lamberti, sarebbe 

troppo poco, è necessario invece spulciare le sue carte, i 

suoi articoli, le sue relazioni più recenti per trasformare 

il lascito intellettuale in un’occasione di avanzamento 

degli studi sulla criminalità campana (ancora fortemente 

sottovalutati all’interno del mondo universitario 

regionale) mettendo intorno ad un 


tavolo storici, 

sociologi, antropologi, economisti, giuristi ed altri 

esperti per porre fine alle divisioni esistenti e ragionare 

tutti insieme, anche con il contributo degli studenti, 

proprio come faceva il professore.


Fonte  Liberainformazione.it 2 Luglio 2012

Palermo, lettera intimidatoria a giornalista




Palermo, lettera intimidatoria a giornalista


Minacciato il cronista di "Repubblica",

Enrico Bellavia

Aveva pubblicato una sua intervista al collaboratore di giustizia,                            Francesco Di Carlo

Di  Ossigeno per l\'informazione

Il giornalista Enrico Bellavia ha denunciato alla Squadra Mobile di Palermo di avere ricevuto presso la redazione di Repubblica di Palermo una lettera dal contenuto intimidatorio. “Lasci stare vicende del passato, certe cose fanno solo male”, c’è scritto. L’avvertimento viene messo in relazione alla pubblicazione, nei giorni scorsi, di una intervista di Bellavia al collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Nel 2010 Bellavia aveva pubblicato un libro intervista a Di Carlo, dal titolo Un uomo d’onore.

La polizia ha acquisito la lettera per cercare di scoprirne la provenienza. Numerose le attestazioni di solidatietà al giornalista. "L‘Ordine regionale dei Giornalisti – si legge in una nota – è certo che Enrico, giornalista scrupoloso e attento nella ricerca della verità, proseguirà il suo lavoro come sempre, sapendo di avere al suo fianco tutti i colleghi siciliani.

Il Comitato di Redazione di Repubblica ha espresso “solidarietà” e ha assicurato che Bellavia “non si farà intimidire e proseguirà il suo lavoro con la correttezza e la professionalità che lo hanno sempre contraddistinto”. “Le minacce a Bellavia, che proprio qualche giorno fa ha pubblicato un’intervista al collaboratore di giustizia – aggiunge il Cdr – dimostrano ancora una volta come svolgere il proprio mestiere senza paura e condizionamenti possa risultare pericoloso”.

Il segretario regionale dell’Associazione della Stampa Siciliana, Alberto Cicero, anche a nome della FNSI, ha dichiarato: “Ad Enrico, stimato ed apprezzato collega, va il nostro affetto e l’affetto di tutti i giornalisti siciliani, siamo certi che le autorità chiamate ad indagare si adopereranno per fare presto luce sul caso e tuteleranno il collega minacciato”.

Fonte: Liberainformazione.it   2 Giugno 2012