"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

Agricoltura, sempre più nel mirino delle mafie






Agricoltura, sempre  più 
nel mirino delle mafie

dalla redazione di Narcomafie

L’agricoltura sempre più nel mirino delle mafie: dal pizzo, al caporalato, usura, agropirateria e furti di rame, la piovra allunga i tentacoli sul settore coltivando un business da 50 miliardi di euro l’anno, pari a poco meno di un terzo del’economia illegale nel Belpaese. 
E’ quanto denuncia il IV Rapporto sulla ”Criminalità in agricoltura” della Cia-Confederazione italiana agricoltori predisposto in collaborazione con la Fondazione Humus. L’infiltrazione nel settore di ‘Mafie Spa’ – sottolinea il rapporto – produce più di 240 reati al giorno, praticamente otto ogni ora, e mette sotto scacco 350 mila agricoltori (un terzo del totale). Il fenomeno fino a pochi anni fa si riscontrava unicamente nelle regioni del Sud – prosegue il rapporto – ma ora si sta espandendo a macchia d’olio in tutta Italia. Attraverso le campagne – spiega la Cia – è possibile esercitare il controllo del territorio per utilizzarlo non solo come base per nascondigli, ma soprattutto come punto di partenza per ulteriori sviluppi imprenditoriali. La lista dei reati perpetuati nelle campagne è lunga e ha un conto pesante sottolinea la Cia: dai 4,5 mld calcolati tra furti e rapine, ai 3,5 miliardi del racket, i 3 miliardi dell’usura, il miliardo e mezzo delle truffe, i 2 miliardi dell’agropirateria e contraffazione, il miliardo delle macellazioni clandestine, i 18,5 miliardi dell’abusivismo edilizio e i 16 miliardi delle ecomafie.
Ciò che emerge ancora una volta, è l’estensione e la ramificazione operativa dei clan interessati e i legami ormai consolidati tra cosche campane, calabresi, siciliane e pugliesi per poter meglio presidiare il settore su una scala di livello industriale. E ciò avviene attraverso l’accaparramento dei terreni agricoli, l’intermediazione dei prodotti, il trasporto e lo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento in centri commerciali. Naturalmente – osserva la Cia – questa presenza capillare ”strozza” il mercato, distrugge la concorrenza e instaura un monopolio oppure un oligopolio basato sulla paura e la coercizione. Impongono i prezzi d’acquisto agli agricoltori, controllano la manovalanza degli immigrati con il caporalato, decidono i costi di logistici e di transazione economica, utilizzano proprie ditte di trasporto (sulle quali viaggiano anche droga e armi), possiedono società di facchinaggio per il carico e scarico. Inoltre, negli ultimi anni le organizzazioni criminali arrivano fino alla tavola degli italiani, grazie all’ingresso diretto nella Grande distribuzione organizzata (Gdo) con supermercati ed insegne proprie.


Fonte Narcomafie.it  10 Luglio 2012

Isola Capo Rizzuto, fiamme sull'orzo della legalità





Isola Capo Rizzuto, fiamme sull'orzo della legalità

Ennesimo incendio sui terreni confiscati alle mafie distrugge parte della coltivazione



di Angela De Lorenzo


Le coltivazioni realizzate sui terreni confiscati ai clan di Isola Capo Rizzuto da “Libera Terra” e dall’associazione temporanea di scopo, a quanto pare, non riescono a produrre frutto in un clima sereno e favorevole, anzi tutt’altro. Ancora una volta, a distanza di pochi giorni, gli stessi terreni sono stati oggetto di danneggiamenti: questa volta è finito nel mirino dei piromani il terreno confiscato di località Cardinale. Su una parte della proprietà appartenuta alla famiglia Arena, per circa 5 ettari era stato coltivato dell'orzo, che doveva essere raccolto proprio nei prossimi giorni, mentre nella restante parte è stato coltivato del grano che si sta già trebbiando. 

Le fiamme, però, che sono divampate lunedì 9 luglio intorno alle ore 13.30, hanno distrutto circa la metà del campo di orzo, l'altra metà è stata invece salvata dai Vigili del fuoco che sono tempestivamente intervenuti. Ad allertare i Vigili del fuoco è stato proprio l’addetto alla trebbiatura del grano, che trovandosi a lavorare nella parte più alta dell’azienda si è accorto dell’incendio che divorava l’orzo. A quanto pare, stando alle prime ipotesi che dovranno essere comunque approfondite nel corso delle indagini, l’incendio potrebbe avere natura dolosa, visto che, sebbene il campo d’orzo sia circondato da altri campi, le fiamme sono divampate esclusivamente all’interno del terreno confiscato

E pensare che si tratta proprio di quel terreno sul quale venne sottoscritto, sotto i migliori auspici, il patto tra Stato e territorio per coltivare in questo lembo di Calabria i semi della legalità, con l’ambizione di offrire opportunità di lavoro onesto, libero e dignitoso ai giovani del posto. Proprio a Cardinale, nel settembre del 2010, infatti, dove è ubicato anche il capannone della nascente cooperativa sociale che gestirà i terreni, arrivò, insieme a tante altre rappresentanze nazionali, l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni. La cosa grave è che non si tratta dell’unica intimidazione realizzata negli ultimi tempi ai danni dei terreni confiscati ricadenti nell’area di Isola Capo Rizzuto, anzi le aggressioni a questa iniziativa rivoluzionaria sembrano susseguirsi al ritmo di una batteria: solo una settimana  fa le fiamme hanno colpito i terreni confiscati nella zona di Vermica, bruciando, però, solo una minima parte di grano, grazie all’intervento dei proprietari di un’azienda confinante, che si sono dati da fare per sedare celermente le fiamme.

A metà giugno un altro incendio si era verificato a Cepa, dove però sembra da escludere l’origine dolosa, visto che le fiamme prima di raggiungere il terreno confiscato hanno attraversato pure altre proprietà agricole, in questo caso a bruciare è stata solo la vegetazione che è di tipica macchia mediterranea. Sempre nei giorni scorsi, invece, delle pecore entrando abusivamente su un terreno confiscato, ubicato ancora in località Cardinale, hanno distrutto ben cinque ettari di coltivazione di cicerchia. In questo caso l’associazione temporanea di scopo che si sta occupando dei terreni, in attesa che venga costituita la cooperativa sociale composta da giovani del territorio, ha sporto denuncia insieme al Comune di Isola Capo Rizzuto e qualche giorno dopo è stato individuato un pastore, proprietario di una mandria di pecore, ritenuto responsabile del danno arrecato alla coltivazione. Saranno le indagini a chiarire i motivi e gli eventuali interessi che hanno mosso il suo gesto.  

Dopo l'ultimo incendio, verificatosi lunedì in località Cardinale, sul posto sono giunte diverse autorità: il prefetto della provincia di Crotone, Vincenzo Panìco, il questore, Mario Finocchiaro, il comandante provinciale dei Carabinieri, Francesco Iacono. Sul posto si sono precipitate anche le Fiamme gialle e il comandante del comando provinciale del Corpo forestale di Crotone. A manifestare solidarietà sono arrivate pure le "Giacche verdi", un’associazione di giovani di Isola Capo Rizzuto.

*tratto da Il Crotonese


Fonte Liberainformazione.org

Campania violata. Roghi senza tregua tra serre e frutteti





Campania violata. 

Roghi senza tregua 

tra serre e frutteti



L'inchiesta sui fuochi criminali 

nell'agroaversano che avvelenano 

l'agricoltura di tutta la provincia

di  Antonio Maria Mira

Fiamme e un denso fumo grigio si alzano da dietro al cespuglio. Bruciano plastica, filtri dell’olio, bombolette di vernice, scarti di lavorazione delle concerie. Sono da poco passate le 9 di domenica ma per gli incendiari dei rifiuti non c’è riposo. E ormai non attendono neanche la notte, si scarica e si brucia a tutte le ore. Siamo nelle campagne tra Casapesenna, San Cipriano d’Aversa, Trentola Ducenta e San Marcellino, nel cuore del potere del più potente clan camorrista, quello dei "casalesi" che ha inventato le ecomafie e proprio coi rifiuti ha fatto e fa i più ricchi affari. Ci accompagnano Pasquale e Ernesto, del circolo di Legambiente di Casapesenna, un pò guida e un pò scorta, perché da queste parti non si sa mai... soprattutto quando ci si occupa di monnezza.   

Pasquale telefona ai vigili del fuoco. «Hanno detto che arriveranno quando possono perché hanno tutti i mezzi fuori per altri incendi». Appunto, incendiari senza tregua. Alla fine arriveranno solo alle 16,30, dopo varie sollecitazioni. Nel frattempo il fuoco ha completato la sua opera, trasformando in veleni i rifiuti. E non solo qui. Perché altri quattro roghi vengono più tardi appiccati lungo la stessa strada, arrivando fino alle case. Un disastro.   

Noi proseguiamo il nostro tour lungo la strada poderale Sant’Aniello. Costruita con fondi europei (c’è anche un cartello che lo spiega) e senza risparmiare soldi. Ci sono anche le piazzole di sosta segnalate da cartelli... forati a colpi di fucile. Ma sono tutte trasformate in discariche, rifiuti di ogni genere bruciati più o meno recentemente e altri pronti per il prossimo rogo, come quello che abbiamo scoperto. Non se ne salva una. Chilometri di discariche tra frutteti e serre su un bene pubblico finanziato dall’Europa. Non c’è che dire, una pessima immagine. Cumuli di veleni accanto ad alberi carichi di albicocche, pesche e susine mature, tra campi di peperoni e melanzane.   

Ma è solo l’inizio. Arriviamo a un incrocio con un’altra poderale. Davanti a noi un verdeggiante campo di mais e proprio a fianco un grigio cumulo di eternit, cemento-amianto, con evidenti tracce di bruciatura. Non c’è limite alla stupidità criminale. Arriva un trattore. Il contadino si ferma, vede che stiamo fotografando i rifiuti e si sfoga. «O risolvimme? Ma chi deve controllare cosa fa? Eppure scaricano e bruciano sempre negli stessi posti. Sul mio terreno hanno scaricato un intero camion di rifiuti e poi hanno dato fuoco. Qua stiamo morendo di veleni. Io abito a Trentola Ducenta, a qualche chilometro, eppure ieri sera abbiamo dovuto tenere le finestre chiuse per la puzza di plastica bruciata». Già perché qui quando soffia il vento da mare, e succede quasi tutte le sere, fumi e veleni arrivano fin nei centri abitati.   

Proseguiamo lungo un’altra poderale, sempre accompagnati dai rifiuti. Poco prima di una curva, sull’ennesima piazzola l’ennesimo cumulo di resti anneriti, soprattutto la plastica delle serre, arrotolata e bruciata (eppure la dovrebbero portare ai consorzi agrari che poi la smaltiscono). Ma c’è una novità. Sopra al mucchio di plastica squagliata ci sono vari sedili, probabilmente di un pullmino, appena intaccati dalle fiamme. Avvelenamento solo rimandato, visto che sopra il vecchio rogo se ne prepara ormai un altro. Così come poco più avanti. Senza alcun rispetto per la storia del territorio.   

Siamo nell’antica masseria Pallavicini, nobile famiglia Napoletana proprietaria un tempo di centinaia di ettari. I resti degli edifici del ’700 sono ormai anneriti dai roghi. C’è ancora l’aia lastricata di pietroni di basalto, ma è trasformata in discarica, nera e grigia, ceneri e amianto. Ma anche qui, ben nascosto dietro a una fitta siepe, si prepara il nuovo rogo. Un mucchio di pneumatici ben sistemati, e base per prodotti chimici e altri veleni. C’è già l’innesco pronto, con giornali, rami e buste di plastica. Qui, proprio in mezzo a un frutteto. Poche ore e il fuoco scatterà.   

Usciamo dalle strade di campagna e imbocchiamo la variante provinciale 200. Un fondamentale collegamento tra i paesi della zona. Eppure i due lati della strada erano diventati un’interminabile discarica, lunga più di un chilometro. Così circa un anno e mezzo fa il comune di San Cipriano d’Aversa, nel cui territorio si trova l’arteria, l’ha messa in sicurezza o, come si dice in gergo tecnico, "caratterizzata". In realtà tutto si è limitato a una copertura dei rifiuti con teli di plastica, paletti di acciaio con la classica striscia rossa e bianca e i cartelli con la scritta "Sito di interesse nazionale". Troppo poco (anche se costato circa 20mila euro) e troppo allettante per gli incendiari. Così tutto è andato a fuoco, facilitato proprio dalla copertura di plastica. E ora, da mesi, i bordi della strada sono un interminabile striscia grigia di veleni. Che ora è più complesso portare via. 

«I rifiuti, anche quelli urbani, quando vengono bruciati diventano speciali 3 pericolosi – ci spiega un magistrato esperto di ecomafie –. Per portarli via servirebbero imprese specializzate scelte attraverso un bando pubblico o, se viene riscontrato un pericolo per la salute, anche con la procedura di somma urgenza. Tempi comunque lunghi col rischio molto concreto che si infiltri la camorra che, attraverso proprie imprese, ha da tempo messo gli occhi sulle bonifiche». Intanto sui "vecchi" rifiuti bruciati si accumulano rifiuti "nuovi" che a loro volta vengono incendiati. Un mucchio molto alto sta ancora fumando, sembra una grigia solfatara. Subito dietro un giovane pioppeto, molto probabilmente anche questo finanziato con fondi europei. Riusciranno mai i deboli alberelli a giungere alla produzione? Abbiamo forti dubbi.   

Chiudiamo il nostro "roghi tour" rientrando al santuario della Madonna di Briano, dove ci ospita don Paolo dell’Aversana. Lungo la strada che porta a questo luogo sacro tra i più cari agli abitanti dell’Agro aversano, altri cumuli di rifiuti bruciati. L’ultimo, vicinissimo al santuario, è letteralmente coperto di amianto e prodotti chimici, tutti anneriti. Proprio a fianco, ironia della sorte, un cartello con la scritta "divieto di scarico", "zona videosorvegliata". Ma le telecamere non ci sono e gli incendiari ringraziano.

di Avvenire

Fonte Liberainformazione.org 10 Luglio 2012

Mantova: bomba per il pm Tamburini




Mantova: bomba per il pm Tamburini


Silenzi e tensioni, la risposta di Libera con Don Ciotti



di Lorenzo Frigerio

No, non è stato un tuono che annunciava l’agognata pioggia ristoratrice in questo inizio di luglio; e neppure è stato il rumore sordo del terremoto, che nei mesi scorsi è arrivato a toccare anche la provincia mantovana. A svegliare alle due di notte la città di Mantova è stata proprio un’esplosione, provocata dallo scoppio di un ordigno collocato nei pressi di un cancello di una villetta del quartiere Dosso del Corso, nella tranquilla periferia di Mantova. Libera Informazione intende occuparsi di questa vicenda, sebbene a distanza di qualche giorno dall’accaduto, anche per il preoccupante silenzio osservato dalla maggior parte dei media italiani, distratti forse da altre vicende sicuramente più importanti, proprio con l’intenzione di accendere un riflettore su un angolo d’Italia, dove si è verificato questo fatto gravissimo, anche per i profili di legami con le mafie in espansione al nord. Tutto è avvenuto nella notte tra martedì 3 e mercoledì 4 luglio e la bomba è stata piazzata sulla cancellata della villa dove abita il magistrato Giulio Tamburini, in forza alla procura di Mantova. 

Grande paura per il giudice e la sua famiglia, usciti fortunatamente illesi dall’attentato, che li ha sorpresi nel cuore della notte, mentre dormivano nelle camere, poste sull’altro lato dell’abitazione rispetto a dove è stato piazzato l’ordigno. Grande tensione per tutto il vicinato, alle prese con una minaccia finora sconosciuta. I vigili del fuoco accorsi prontamente sul luogo si sono trovati di fronte ad alte colonne di fumo, ma non hanno avuto grossi problemi nello spegnere i focolai dell’incendio provocato dall’esplosione. Divelta la cancellata, distrutta parte dell’ingresso e altri danni di non lieve entità all’abitazione. I Ris ora stanno cercando di ricostruire con i pochi resti a disposizione le caratteristiche di un ordigno che, per quanto possa essere rudimentale come ha comunicato in un primo momento la Prefettura di Mantova, desta comunque forte preoccupazione negli inquirenti, secondo quanto trapelato dal vertice convocato d’urgenza dopo il grave episodio.

Volontà di uccidere o tentativo di intimidire? Qualunque sia la risposta che si voglia dare, non muta certo la sostanza dei fatti: un gesto davvero proditorio e violento che poteva causare ben altre conseguenze per Tamburini e i suoi familiari e che richiama certamente la responsabilità di una criminalità organizzata, se non di stampo mafioso. Ad escludere che si sia trattato di un gesto improvvisato è stato il procuratore generale di Brescia Guido Papalia che ha ricordato la presenza significativa del crimine organizzato anche nel mantovano, sottolineando come la tempistica, il metodo e la dinamica proprie dell’attentato portino ad indirizzare le indagini nei confronti di soggetti criminali strutturati, intenzionati a mandare un messaggio, più che a portare alle estreme conseguenze l’azione criminale.

Mantova ricade per competenza nel distretto di Brescia, ma le indagini saranno condotte dalla procura di Venezia visto che ad essere coinvolto è un giudice mantovano. «È un atto gravissimo che non ha precedenti in tutto il nord Italia», ha ribadito senza mezzi termini Papalia che ha anche dichiarato di non escludere che l’attentato indirizzato a Tamburini sia stato pensato per intimidire tutto la procura della Repubblica, alle prese da qualche tempo a questa parte con una preoccupante escalation criminale in atto in una provincia ritenuta, a torto o a ragione, ma sicuramente per troppo tempo, immune da qualsiasi presenza di mafie.

Da qualche giorno Tamburini e i suoi cari sono stati messi sotto regime di protezione, e il pm non ha rilasciato che una laconica dichiarazione: «Non parlo, cercate di capirmi. Questa volta prima della mia professione c’è di mezzo la mia famiglia». Tamburini è uno di quei magistrati che non cerca i flash o le telecamere, ma al contrario preferisce portare avanti il proprio lavoro senza troppo clamore. In oltre vent’anni di servizio presso la Procura di Mantova, difficilmente si è esposto mediaticamente, pur potendolo fare per la rilevanza delle inchieste condotte. L’ultima di queste è sfociata in un processo che Tamburini segue per conto della DDA di Brescia: si tratta di un procedimento che vede imputati 16 uomini di etnia sikh, accusati di aver sequestrato e picchiato un loro connazionale. 250 anni di reclusione è la richiesta complessiva avanzata dal pm mantovano proprio qualche settimana fa. C’è spazio anche per i reati ambientali, visto che Tamburini segue uno dei filoni processuali collegati al colosso della chimica Montedison.

Un impegno a tutto tondo contro la criminalità e un impegno attento a cogliere anche i segnali della nuova presenza delle mafie in questa provincia della Lombardia. E che la situazione fosse destinata a peggiorare lo si poteva desumere dalle ultime uscite pubbliche del procuratore della Repubblica Antonino Condorelli che non aveva mancato di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su questa crescita avvenuta nel silenzio colpevole di istituzioni locali e opinione pubblica. Un silenzio rotto in questi anni dall’attività del coordinamento di Libera, attivo con caparbietà nel segno della memoria e dell’impegno a Mantova e nella provincia con molte iniziative. 

L’ultima delle quali in ordine di tempo è stata la costituzione di un nuovo presidio dell’associazione in quel di Castiglione delle Stiviere, intitolato a due vittime della violenza 'ndranghetista, Marco Padovani, un ragazzo veronese rapito nel 1983 e che si uccise dopo la sua liberazione, e Maria Concetta Cacciola, una donna di Rosarno che fu portata come scelta estrema ad ingerire l'acido, dopo l’isolamento patito per la scelta di lasciare la famiglia mafiosa. Significativa la scelta della sede del presidio: l’Istituto di Formazione del personale del Dipartimento della Giustizia Minorile. I cancelli dell’istituto si sono aperti venerdì scorso per accogliere cittadini e associazioni giunti per l’occasione e per attendere l’arrivo dei ciclisti della Polisportiva Disabili della Valle Camonica (BS), protagonisti dal 6 al 21 luglio di “A ruota Libera”, una staffetta ciclistica che attraverserà tutto il Paese per arrivare in via D’Amelio, in occasione dell’anniversario della strage  di via D’Amelio. Una manifestazione organizzata da un altro presidio di Libera, quello appunto della Valle Camonica.

Nel comunicato di Libera Mantova, oltre alla stima e al sostegno espressi nei confronti di Tamburini, Condorelli e gli altri magistrati della Procura, si respinge con forza l’attacco criminale: «Vogliamo dire a gran voce che non accettiamo di dover subire soprusi e intimidazioni di alcun tipo, ma che difendiamo e sosteniamo pienamente e pubblicamente quella parte della magistratura che insieme alle forze dell’ordine, sta rafforzando l’azione di contrasto e di repressione della criminalità organizzata».
Per vincere paura, indifferenza e rassegnazione, secondo Libera Mantova è necessario uno scatto da parte di tutti, evitando il pericolo meccanismo della delega: «Non possiamo permetterci di lasciare di nuovo soli coloro che maggiormente sono esposti nella lotta contro le mafie, la corruzione e l’illegalità. Chiediamo a tutti di assumersi le proprie responsabilità e di dare un segnale chiaro ed efficace nella direzione della lotta alle mafie, dimostrando con scelte precise che la legalità conviene».

Concetti ripresi nell’intervento che ha chiuso la serata dal presidente di Libera, Don Luigi Ciotti che, di fronte alle centinaia di presenti, ha ribadito la propria vicinanza e quella dell’associazione a Tamburini e ai suoi familiari: «Gli stringerei fortemente la mano, probabilmente lo abbraccerei, ma poi non ci sono parole. Il miglior modo è quello di fare tutti e non lasciare soli quanti sono impegnati su questa strada».

Ora, in attesa degli sviluppi dell’indagine, le associazioni mantovane su invito di Libertà e Giustizia si mobilitano per un’iniziativa di solidarietà alla magistratura in programma venerdì prossimo 13 luglio: un girotondo di cittadini e associazioni attorno al palazzo di Giustizia di Mantova che vuole trasformarsi in un abbraccio, per sostenere quanti in prima fila e in silenzio si battono contro mafie e corruzione.

Fonte Liberainformazione.org 9 Luglio 2012

O con la mafia o con il Vangelo






O con la mafia o con il Vangelo


Agrigento, Monsignor Francesco Montenegro vieta le esequie di Giuseppe Lo Mascolo, arrestato pochi giorni prima di morire con l'accusa di essere un boss di Cosa nostra


di Tonio Dell'Olio



Conosco Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento da molti anni. 
Non ho mai nascosto la mia ammirazione per questo vescovo coraggioso che
lontano dai clamori, dal riconoscimento di giornali e televisioni, vive il Vangelo incarnandolo in scelte e prassi coerenti al servizio degli ultimi. Soprattutto per gli immigrati di Lampedusa e dintorni e per la legalità. Ieri e oggi, i giornali si occupano di lui perché ha disposto che non ci fossero funerali religiosi pubblici per Giuseppe Lo Mascolo, ritenuto il vicecapo della mafia di Siciliana. 

Un gesto di rottura perché sicuramente anche Lo Mascolo come tanti altri esponenti dei clan si diceva credente e frequentava la parrocchia. Qualche giorno fa il vescovo Montenegro parlando alla festa di San Calogero  aveva detto: “La mafia non è solo un argomento da romanzi o da film, la mafia sono volti e storie vere... Sono coloro che, usando la prepotenza e la violenza, decidono sulla vita e sulle cose altrui, sulle scelte politiche come su quelle economiche. Sono coloro che, per favorire guadagni illeciti e supremazia criminale, hanno tutti gli interessi ad incrementare il clientelismo, il controllo sociale, l’emarginazione e a ripudiare le forme pacifiche e oneste di vita”. 

Ragioni sufficienti per indicare alla gente di Sicilia (e non solo) che chi sta con la mafia non può stare con Gesù Cristo.

Fonte Liberainfromazione.org  5 Luglio 2012

ROMA LO SPAZIO CONTESO




ROMA

LO SPAZIO CONTESO 





di Emilio Fabio Torsello

Roma città aperta.  Alle mafie. La Capitale, dove solo nel 2011 ci sono stati oltre trenta omicidi, è sempre più terra di conquista per la criminalità organizzata. Dalla droga, all’edilizia, al gioco d’azzardo, all’usura, all’infiltrazione nelle attività commerciali, la Città eterna è da anni terreno fertile dove ognuno può arare la propria parte di orto. Una pax mafiosa turbata – almeno in apparenza – dalla serie di omicidi che ha sconvolto la città e messo in allarme cittadini romani e istituzioni.
Per capire quanto, in quale modalità e da quali mafie Roma sia stata “infiltrata” è utile andare a rileggere le carte della Commissione parlamentare antimafia che nel settembre scorso ha ascoltato sull’argomento i pm della Dda romana e il prefetto Giuseppe Pecoraro. Una panoramica – quella fatta dagli inquirenti – che tenta di dare anche una spiegazione degli omicidi avvenuti in città.
La criminalità e il contesto sociale. «Con un tasso di disoccupazione che nel Lazio sfiora il 9% (il 30% tra i giovani) – afferma il prefetto il terreno di insediamento delle mafie è quantomai fertile». Ma a creare canali privilegiati per le infiltrazioni criminali è soprattutto la crisi economica che a Roma e nel Lazio sta letteralmente falciando centinaia di aziende. Secondo i dati di Confcommercio Roma e Lazio diffusi nell’aprile scorso dal presidente Giuseppe Roscioli, «nella graduatoria completa che indica il numero di fallimenti, il Lazio è al secondo posto con 1.215 dopo la Lombardia. E nel 2011 – ha proseguito – quasi un fallimento su tre è stato causato da ritardi nei pagamenti. Si stima che in Italia l’ammontare complessivo dei crediti vantati dalle imprese fornitrici verso la Pubblica amministazione sia di circa 60 miliardi di euro. Un macigno che pesa soprattutto sulle piccole e medie imprese, impedendo loro di scommettere anche sul breve e medio termine. Indubbiamente – ha spiegato – anche la crisi economica ha contribuito ad aggravare questa situazione. Infatti, il trend dei ritardi in Italia in questi ultimi quattro anni è quasi raddoppiato (+97,5%)». Mentre secondo la Cna Commercio di Roma, nei soli primi tre mesi del 2012 hanno già chiuso un migliaio di negozi al dettaglio.
In un contesto sociale ed economico così fragile, le mafie hanno quindi gioco facile nel rilevare le aziende in crisi, immettere capitali frutto di attività illecite nelle casse delle imprese che così diventano – loro malgrado – “lavatrici” per i soldi sporchi delle mafie. Il tutto – come spesso accade – senza cambiare ragione sociale, titolare o nome all’impresa. Una prassi che il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia di Roma, Diana De Martino, così descriveva nel maggio scorso durante un’audizione presso la regione Lazio: «Come nelle altre regioni a tradizionale presenza mafiosa, in alcuni casi nel Lazio si assiste a un’infiltrazione della malavita organizzata nell’economia, anche attraverso un modello criminale di derivazione economica, dove gli imprenditori si mettono spontaneamente al servizio delle mafie, oppure sono gli stessi mafiosi a operare come gli imprenditori».
Ma la Capitale è anche caratterizzata da un crescente sviluppo urbanistico tale che nella provincia di Roma risiedono circa cinque milioni di persone, di cui – secondo i dati forniti dal prefetto – almeno 700mila stranieri. Un contesto che, afferma Pecoraro, «impone necessariamente una revisione della mappa dei presìdi territoriali delle forze dell’ordine», ma che si scontra con una drammatica carenza di uomini e mezzi, spostati – di volta in volta – nelle zone più “a rischio” e con la chiusura di diversi commissariati cittadini.
La mappa criminale. Nell’elencare le presenze sul territorio romano e laziale, il prefetto parte da Cosa nostra. Sebbene se ne parli ormai poco, la mafia siciliana è attiva e presente a Roma: «Le attività primarie dei sodalizi operanti in Roma – spiega il prefetto – si situano in un vasto insieme di condotte che spaziano dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti, al reimpiego dei capitali illeciti nei settori commerciali, immobiliari e finanziari, al commercio delle autovetture. Si rileva la presenza degli Stassi, contigui alla famiglia trapanese degli Accardo, con interessenze in numerosi esercizi di ristorazione». Mentre sul litorale sono stati rilevati «altri gruppi criminali di origine siciliana, quali il gruppo Triassi, collegato alla nota famiglia Cuntrera-Caruana, e Picarella (cosca agrigentina di Porto Empedocle), interessati all’affidamento e alla gestione dei lotti di spiaggia libera del litorale di Ostia, nonché a gestire il narcotraffico».
Nella zona di Civitavecchia, invece, nell’ambito dell’operazione “Civita-Memento” sono state riscontrate le attività delle famiglie gelesi dei Rinzivillo ed Emmanuello, interessate all’acquisizione di subappalti e fornitura di manodopera per i lavori della centrale di Torrevaldaliga Nord.
Ben più presente e ramificata 
la ’ndrangheta, con attività che vanno dalla ristorazione e dalla gestione dei locali del centro storico, al traffico di droga, a traffici illeciti di diversa natura. È ancora il prefetto a fare il quadro della situazione: «La penetrazione criminale di tale organizzazione mafiosa di origini calabresi ha avuto, secondo le tendenze palesatesi negli ultimi anni, un’accresciuta vitalità grazie alla presenza sul suolo laziale di gruppi collegati all’organizzazione madre, della quale hanno mantenuto la fisionomia comportamentale, permeata del notorio carattere misterico-religioso, rituale e simbolico, fatta di stretti legami familiari aventi vincoli di sangue, di estrema cautela nel muovere le fila organizzative, di costanti collegamenti con i territori di origine».
Nella capitale sono presenti i rappresentanti di tutte le maggiori cosche calabresi, con «personaggi riconducibili alle famiglie mafiose calabresi Piromalli, Molè e Alvaro – spiega Pecoraro – che reinvestono copiosi capitali di provenienza illecita in attività commerciali, sbaragliando la normale concorrenza con conseguente alterazione degli equilibri del mercato». Gli Alvaro-Palamara, sottolinea il prefetto, si sono specializzati nella «costituzione di società fittizie aventi per oggetto la gestione di bar, paninoteche, pasticcerie e ristoranti; circostanza, questa, favorita dalle dimensioni e dalla vastità di Roma, che favoriscono l’anonimato». Molti di questi, nel centro storico, letteralmente spartiti con la camorra per quel che riguarda il controllo delle attività commerciali. Un dato sottolineato da Pecoraro: «Alcuni rappresentanti degli Alvaro-Palamara, che nell’arco di pochissimo tempo si sono trasformati da piccoli artigiani locali a imprenditori di primissimo livello, hanno reinvestito ingenti capitali verosimilmente provenienti da traffici di droga attuati sull’asse Germania-Italia, per conto della cosca di appartenenza, comprando esercizi di ristorazione nella zona di Roma centro, con prezzi di acquisto nettamente inferiori al valore reale di mercato degli esercizi in questione. Tra gli esercizi commerciali sequestrati, risultano alcuni noti bar situati in centralissime zone della capitale, tra cui lo storico “Café de Paris”, il ristorante “George’s” e altri importanti locali operanti nel settore della ristorazione (vedi il Gran Caffé Cellini, il ristorante La Piazzetta, il ristorante Colonna Antonino, ndr), nei cui assetti societari si sono insinuati esponenti delle citate famiglie».
È un’infiltrazione silenziosa, quella delle mafie, che non spara ma fa leva sulla grande disponibilità di denaro delle cosche, sempre pronte a venire in soccorso di imprenditori in difficoltà. Ed è nel giugno dello scorso anno che scatta una delle più importanti operazioni ai danni di esponenti calabresi della ’ndrangheta nel Lazio, con il sequestro di quote di 18 società intestate a Domenico Greco, ritenuto contiguo alla ’ndrina dei Gallico di Palmi (Reggio Calabria) con un ruolo – secondo gli inquirenti – di fiancheggiatore, tra cui l’Antico Caffè Chigi, una villa di 29 stanze a Formello, due appartamenti a Fiumicino, conti correnti e rapporti finanziari, per un valore complessivo di circa 20 milioni di euro. Il referente della cosca, come ha dichiarato il colonnello Paolo La Forgia, capo del centro Dia di Roma, «ufficialmente era un saldatore».
Roma, trampolino per la conquista del Lazio. Allargando il cerchio poco fuori Roma, nel circondario di Velletri, Nettuno – sciolto per infiltrazioni mafiose a fine 2005 – e Anzio, operano esponenti legati ai Novella e ai Gallace di Guardavalle, attivi nel settore dell’edilizia, delle truffe alle assicurazioni, nel traffico di stupefacenti e di armi. «Le nuove indagini sulla ’ndrina di Nettuno – ha spiegato Pecoraro – che, pur mantenendo costanti collegamenti con la cosca madre godeva di ampi margini di autonomia, hanno accertato che, dopo la rottura della storica alleanza tra le famiglie Gallace e Novella, la prima stava tentando di riorganizzarsi nel litorale romano grazie ai supporto delle famiglie Andreacchio di Nettuno e Romagnoli-Cugini di Roma». Mentre Enzo Ciconte, già presidente dell’Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità della regione Lazio ricorda come «già nel 2007 in altri tre centri (Pomezia, Formia, Minturno) indagini delle forze dell’ordine individuarono tentativi di infiltrazione e condizionamento del tessuto politico o amministrativo locale da parte delle organizzazioni criminali».
Ma la ’ndrangheta ha anche tutta una rete di fiancheggiatori, funzionali a creare una base operativa e di supporto a quanti giungono nella regione. Nella zona di Tivoli e Palestrina, ad esempio, alcune famiglie calabresi legate alla ‘ndrina attiva nella zona di Sinopoli, secondo quanto spiega il prefetto, «non pongono in atto comportamenti criminali ma fungono da punto di riferimento per le attività economiche della ’ndrina, e danno occasionalmente supporto a soggetti provenienti dalla terra di origine». Una sorta di piattaforma organizzativa e logistica, un trampolino verso la prosecuzione delle attività nella capitale e nel Lazio.
Secondo quanto emerge dalla relazione, inoltre, anche i comuni a nord di Roma registrano la presenza di elementi collegati a formazioni criminali di origine calabrese della zona di Reggio Calabria (Africo, Melito Porto Salvo, Bruzzano Zeffirio), alcuni dei quali pregiudicati per reati associativi. Si tratta di famiglie tra loro legate da rapporti di parentela e residenti a Rignano Flaminio, Castelnuovo di Porto, Morlupo e Campagnano di Roma, tutti comuni che “circondano” la capitale, sulla direttrice verso Firenze.
La Camorra va sul litorale. Una delle maggiori operazioni – coordinata dalla Dda di Napoli – è quella del marzo 2011 ai danni del clan Mallardo di Giuliano, che ha portato al sequestro di circa 900 immobili, 23 aziende commerciali, circa 200 rapporti bancari e numerose auto e moto di lusso, per un valore complessivo stimato di oltre 600 milioni di euro. Gli inquirenti hanno scoperto due holding imprenditoriali operanti tra Roma, Latina e Napoli. Oltre alla Capitale, il clan operava nella zona di Mentana, Monterotondo, Sant’Angelo Romano, Fonte Nuova, Guidonia, Fiano Romano, Capena e Montecelio. Il centro dell’organizzazione era a Fonte Nuova, comune nato poco più di dieci anni fa, il 15 ottobre 2001. «Una cellula operativa del predetto clan – spiega Pecoraro – si era infiltrata nel mondo dell’imprenditoria lecita, in particolare nel settore edilizio, e aveva costituito, grazie alla collaborazione di soggetti esperti e fidati, numerose società immobiliari, operando anche in accordo con esponenti del clan dei casalesi in una sorta di joint venture criminale. L’organizzazione controllava, inoltre, la lavorazione e la distribuzione del caffè Seddio, anche attraverso imposizioni di tipo estorsivo, nonché a mezzo di prestanome, agenzie di scommesse sportive ed attività di commercio all’ingrosso di prodotti medicali e parafarmaceutici».
E tra gli esponenti di spicco della camorra arrestati a Roma, Emilio Esposito, facente capo ai Casalesi, arrestato il 23 luglio scorso in zona Tiburtina.
Particolarmente “caldo” il litorale romano. Nella zona di Acilia, ad esempio, viene tenuta sotto osservazione la famiglia degli Iovine, il cui capo Mario Iovine, nipote del noto boss di camorra appartenente all’area dei casalesi, secondo il prefetto «ha da tempo creato una vera e propria base logistica per avviare attività di copertura nell’ambito della gestione di sale da gioco (videopoker e scommesse on-line) e della ristorazione, in modo da poter svolgere in tranquillità quelle illecite, stringendo forti legami anche con elementi della criminalità locale e fornendo appoggio logistico a latitanti di camorra, tra i quali, sembrerebbe, Antonio Iovine», arrestato nel novembre 2010 dopo quasi quindici anni di latitanza.
Nelle zone di Ladispoli, Cerveteri, Santa Marinella e Civitavecchia, invece, è stata accertata la presenza di sodalizi camorristici attivi nel narcotraffico, una compagine criminale molto attiva anche nella zona di Fondi, Latina, Aprilia e più in generale nel Pontino.
Il clan Senese. Ma tra le famiglie più importanti che hanno segnato in modo irreversibile gli ultimi anni della storia criminale della capitale, c’è il clan Senese. Proprio l’arresto di Michele Senese, infatti, ha lasciato un vuoto nel mercato dello spaccio di stupefacenti che diverse bande starebbero ora tentando di colmare a forza di omicidi e gambizzazioni. Il 21 gennaio 2009, a Roma, a conclusione dell’operazione denominata “Orchidea”, i carabinieri del raggruppamento operativo speciale (Ros) disarticolarono una ramificata struttura criminosa dedita al traffico internazionale di hashish e cocaina, proveniente da Olanda e Spagna. A capo del sodalizio c’era Senese Michele, di cui – si legge nella relazione della Commissione parlamentare antimafia – erano «ben noti i legami camorristici con i vertici della famiglia Moccia di Afragola per conto della quale, negli anni Ottanta, unitamente ad altri membri del suo entourage familiare, ha militato nella storica confederazione camorristica denominata “Nuova Famiglia”».
La criminalità “locale”. Ex Banda della Magliana, Casamonica, Fasciani. Roma ha un nutrito numero di “famiglie” e organizzazioni criminali storiche ancora molto attive sul territorio. Oltre a ex esponenti della Banda della Magliana – dediti soprattutto alle rapine e al traffico di stupefacenti – i Casamonica sono gli usurai storici della Capitale, dediti anche – come hanno evidenziato numerose indagini – al commercio di droga. Insieme a loro, i Fasciani, attivi soprattutto sul litorale e in contatto con la famiglia Nicoletti. E proprio l’operazione “Los Moros-Madara” del Comando provinciale dei carabinieri nel 2009 ha disarticolato un “sodalizio criminoso dedito al narcotraffico internazionale che aveva come base di riferimento il noto stabilimento balneare di Ostia denominato “Village”, con annessa discoteca e ristorante, tutto riconducibile al pregiudicato Carmine Fasciani, elemento apicale della criminalità romana”.
Le mafie straniere. La criminalità straniera nel Lazio – spiega Pecoraro – si atteggia su due direttrici: «La prima – che interessa i gruppi organizzati serbo-montenegrini, nigeriani, albanesi, rumeni e sudamericani – opera soprattutto nei crimini tradizionali quali il traffico di stupefacenti, il racket della prostituzione, le rapine; la seconda – costituita essenzialmente dai cinesi – agisce all’interno del circuito commerciale e finanziario connesso alla contraffazione e al contrabbando delle merci». Tra le operazioni di rilievo, “Città proibita” che, nel gennaio 2011, ha portato al sequestro preventivo di beni per nove milioni di euro, accumulati da un’associazione criminale con base nella Capitale, composta da cinesi e dedita all’importazione e alla commercializzazione di oggetti contraffatti.
Money transfer e rimesse. Un capitolo a parte meritano i money transfer (vedi intervista p. 46), principali canali di invio di rimesse all’estero, da sempre sotto la lente della polizia tributaria. Attraverso le filiali money transfer, infatti, spesso viene inviato all’estero denaro frutto di attività illecite o – di contro – vengono pagate merci contraffatte spedite in Italia per cui non è possibile emettere fattura. E numerose sono state le operazioni della Guardia di finanza che hanno evidenziato pratiche scorrette durante l’invio di denaro: ingenti somme parcellizzate al di sotto della soglia massima consentita, destinatari o mittenti fittizi, documenti falsi ecc.
Per rendersi conto del volume di denaro inviato dagli stranieri residenti in Italia verso l’estero, basti pensare che nel 2011 dal nostro paese sono usciti 7,4 miliardi di euro. Secondo i dati diffusi dalla Fondazione Moressa, tra tutti i paesi la Cina è quello a cui viene inviato il maggior volume di rimesse con 2,5 miliardi di euro, seguito da Romania (894 milioni di euro), Filippine (601 milioni di euro) e Marocco (299 milioni di euro). Le principali nazioni di destinazione mostrano un aumento nell’ultimo anno, ad eccezione delle Filippine che mostrano un -19,1%. Per la Cina la variazione si attesta addirittura al +39,7%, per la Romania si tratta del +3% e per il Marocco il +5,8%. Quanto a rimesse procapite, ciascun cinese residente in Italia invia in patria poco più di 12mila euro a testa, il valore più elevato tra tutte le nazionalità. Questo significa che ogni cinese in Italia “mantiene” 3,9 cinesi in Patria e che a livello complessivo si tratta di oltre 800 mila di cinesi. Roma è la provincia dalla quale defluisce il maggior volume di rimesse verso l’estero: si tratta di 2 miliardi di euro, pari a oltre un quarto di tutte le rimesse che escono dall’Italia. Seguono a ruota Milano, Napoli e Prato.
E spesso gli ingenti invii verso la Cina nascondono in realtà pagamenti di merce contraffatta o sono il frutto della vendita di prodotti non originali. Nel febbraio 2010, ad esempio, presso alcuni capannoni della periferia romana, vennero ritrovate 500mila tonnellate di merce (soprattutto capi di abbigliamento, calzature e occhiali), proveniente dalla Cina, in gran parte contraffatta o di contrabbando, contenente in alcuni casi cromo esavalente, altamente tossico.
Tra le attività più redditizie delle mafie straniere, lo sfruttamento della prostituzione. Nel 2011 la questura di Roma, con le operazioni “Grande capo”, “China house” e “Said”, ha portato a termine tre importanti indagini che hanno consentito di sgominare associazioni a delinquere gestite da cittadini di nazionalità cinese, rumena e, in un altro caso, magrebina, dedite allo sfruttamento della prostituzione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, attive anche su altre province del Lazio tra cui Frosinone e Latina. In alcuni casi, come nell’operazione “Said”, il sodalizio criminale era impegnato nella ricettazione e nell’utilizzo di documenti falsi e di permessi di soggiorno rubati.
«I colombiani – spiega Pecoraro descrivendo una panoramica dei rapporti criminali tra mafie straniere e italiane sul territorio romano – agiscono in collegamento diretto con elementi della ’ndrangheta calabrese. I cinesi hanno rapporti con sodalizi criminali vicini ad ambienti di camorra (tant’è che viene utilizzato principalmente il porto di Napoli) nell’attività di import-export delle merci contraffatte, contrabbandate e tossiche e di successivo reinserimento sul mercato. I nigeriani si relazionano con altri gruppi italiani, specialmente camorristi, per il traffico di droga. Gli slavi (ungheresi, rumeni e bulgari) sono in contatto con la criminalità organizzata russa per gli skimmer, cioè la clonazione di bancomat e carte di credito».
Gli omicidi nella Capitale. Pecoraro conclude spiegando le cause dei numerosi omicidi avvenuti a Roma nel 2011. All’epoca della sua relazione alla Commissione, nella capitale erano stati registrati 27 morti ammazzati. I fatti, secondo il prefetto, non sono però ascrivibili «ad attività conflittuali interne alla criminalità organizzata. Questa è sintomatica, peraltro solo per alcuni di essi, del tentativo da parte di criminali locali emergenti di occupare spazi determinati dalla disarticolazione dei gruppi delinquenziali più importanti operata dalle attività poste in essere dalle forze di polizia, in particolare nel settore degli stupefacenti. Non a caso si faceva riferimento alla cattura nel 2009 del camorrista Michele Senese che a Roma era il boss degli stupefacenti. La situazione – prosegue il prefetto – incoraggia alcune neo-costituite strutture delinquenziali nel ridisegnare in proprio favore gli equilibri e i poteri nella gestione di attività delittuose. In considerazione di quanto sopra, non essendoci soggettività criminali in grado di assumere un ruolo egemone, i vuoti aperti vengono colmati da una nuova generazione di criminali, violenti, meno riflessivi, più inclini all’esercizio della forza che alla mediazione, soliti ricorrere alle armi per gestire le dinamiche conflittuali con i gruppi o soggetti ostili».


Fonte Narcomafie.it  21 Giugno 2012

Processo Amianto: arrivano le condanne





Processo Amianto: arrivano le condanne 





di Simone Bauducco e Davide Pecorelli

Due condanne e tre assoluzioni. Questo il verdetto emesso questa mattina dal Tribunale torinese nel processo a carico di Giorgio Malaspina, Giovanni Succio, Giancarlo Gallo, Carlo Gonella, Leonardo La Torre e Salvatore Luberto. La corte ha condannato i dirigenti della VM Press, Malaspina e Succio, accusati di tentata corruzione, a 1 anno e 9 mesi di reclusione, mentre ha assolto Gallo, Gonella, La Torre e Luberto. L'impianto accusatorio del PM Carlo Maria Pellicano ha trovato riscontro nella corte solo nel filone inerente alla tentata corruzione, mentre l'accusa di turbativa d'asta è caduta perchè il fatto non sussiste. 

Si chiude dunque il primo grado della vicenda processuale che ha visto come protagonista Raphael Rossi, ex vice-presidente di Amiat che denunciò il tentativo di corruzione messo in atto dalla dirigenza di Vm Press per l'acquisto di un macchinario del valore di oltre 4 milioni di euro. Intanto fuori dal Palagiustizia, tanti cittadini, che in questi mesi hanno seguito il processo, hanno mostrato la propria solidarietà a Rossi scandendo lo slogan "Corretti, non corrotti".


Video sentenza di primo Grado



Fonte  Liberainformazione.it  7 Luglio 2012

LETTERA APERTA AL GIUDICE TAMBURINI







LETTERA APERTA AL GIUDICE TAMBURINI



Il Coordinamento di Mantova dell'associazione LIBERA esprime la più viva solidarietà e 

vicinanza umana al dottor GIULIO TAMBURINI, magistrato della Procura di Mantova, e ai 

suoi famigliari, per il vile e grave atto intimidatorio di cui sono stati fatto oggetto, nelle 

prime ore di mercoledì 4 luglio. 



Sentiamo il dovere di far sentire il nostro sostegno e la nostra stima nei confronti del dott. 



Giulio Tamburini, del Procuratore della Repubblica Antonino Condorelli e di tutti i magistrati 

della Procura di Mantova che, silenziosamente e troppo spesso in solitudine, hanno in questi 

anni combattuto tenacemente per il pieno rispetto dei diritti costituzionali e contro la criminalità 

organizzata.

Vogliamo dire a gran voce che non accettiamo di dover subire soprusi e intimidazioni di alcun 

tipo, ma che difendiamo e sosteniamo pienamente e pubblicamente quella parte della 

magistratura che insieme alle forze dell'ordine, sta rafforzando l'azione di contrasto e di 

repressione della criminalità organizzata. 

Viviamo in un momento storico difficile non solo dal punto di vista economico, ma anche etico, 

ed è urgente superarlo non solo risolvendo i problemi economici-finanziari nazionali ed 

europei, ma, soprattutto, svolgendo con responsabilità i nostri doveri professionali e sociali, 

rifuggendo la tentazione di rifugiarci nella paura, nell'indifferenza e nella rassegnazione e 

rispettando pienamente il lavoro di quella parte della magistratura che difende il sistema 

democratico del nostro paese.

Non possiamo permetterci di lasciare di nuovo soli coloro che maggiormente sono esposti 

nella lotta contro le mafie, la corruzione e l'illegalità. 

Chiediamo a tutti di assumersi le proprie responsabilità e di dare un segnale chiaro ed 

efficace nella direzione della lotta alle mafie, dimostrando con scelte precise che la legalità 

conviene. 



Fonte  Libera.it  6 Luglio 2012