"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

"Made in Castelvolturno" il marchio etico che coniuga legalità e moda






"Made in Castelvolturno"

il marchio etico che coniuga

 legalità e moda

La Casa di Alice si trova nell'abitazione confiscata alla camorrista Pupetta Maresca. Lì, ora, lavorano Anna Cerere, Maria Cirillo e due sarte africane, Kawi Patt e Atta Bose. Da poco si è svolta la prima sfilata di abiti che mettono insieme stile italiano e colori del Continente nero. 

"Mostriamo come i migranti siano una risorsa per superare la diffidenza e il razzismo"


di Daniele Sanzone


L’appuntamento è Castel Volturno, vicino al monumento in memoria di Miriam Makeba a pochi metri da dove è stato ammazzato l’imprenditoreDomenico Noviello. Lì c’è la Casa di Alice. Un bene confiscato alla camorristaAssunta Maresca detta “Pupetta” e destinato al Comune il 15 maggio del 1997 per realizzarvi una sartoria, costola dell’associazione Jerry Masslo. Ad aspettare c’è Anna Cerere, un ex sarta, che dirige il laboratorio con l’aiuto dell’amica Maria Cirillo e di due sarte africane, Kawi Patt e Atta Bose. Grazie alla sartoria queste donne con alle spalle storie.


Storie di donne che resistono, trovando riscatto nel lavoro. «Siamo stati fortunate – spiega Anna Cecere – perché il nostro progetto è piaciuto a una fondazione bancaria che ha finanziato parte dei lavori della sartoria, mentre l’altra parte è autofinanziata dai soci della cooperativa». Qualche settimana fa, in occasione del Festival dell’impegno civile(promosso dall’associazione Libera), si è 
svoltala prima sfilata del neonato marchio Made in Castel Volturno. «Vogliamo mostrare che l’Africa è una risorsa per superare la diffidenza e il razzismo nei confronti dei migranti». Un progetto sociale che, partendo dalla differenze, cerca di integrare i migranti con i residenti di Castel Volturno. Il marchio mescola ad arte i colori e i tagli tipicamente africani con lo stile italiano. Un progetto e un modello di sviluppo che creando un’economia legale, contrasta e toglie terreno a quella criminale, come nel caso del ristorante, pizzeria Nco (Nuova cucina organizzata) di Peppe Pagano a San Cipriano d’Aversa. 

 




Come nasce il marchio Made in Castel Volturno?
Il marchio nasce per dare dignità a un territorio da sempre 
etichettato, dai media, come terra di camorra e droga
 per colpa della forte presenza di etnie africane. 
È sicuramente una città calpestata dalla camorra ma 
non certo per gli africani. Vogliamo riscattare questa
 terra unendo i colori dell’Africa allo stile italiano. 
L’associazione Jerry Masslo con i prodotti della 
cooperativa finanzia servizi sul territorio che vanno
 dalla scuola, alla presa in carico di tanti minori.
Quali sono gli obiettivi della sartoria?
L’obiettivo è che la coop diventi il futuro delle 
ragazze africane, offrendo lavoro a chi vive o
 ha vissuto in condizioni a dir poco difficili. 
Il sogno è quello di sfilare un giorno con le grandi firme della moda.
Cosa pensi dell’idea di Roberto Saviano 
di mettere in vendita i beni confiscati alle mafie?
Non condivido l’idea di Saviano, anche se sono dalla sua parte. 
Sicuramente, visti i numerosi vincoli, i beni confiscati alle mafie 
devono avere altre funzioni oltre a quelle sociali. 
Personalmente li darei ai comuni per fare scuole o
 uffici comunali, per esempio i comuni pagano affitti enormi
 per le asl e le scuole a Castel Volturno non ci sono. Ma vendere mai.
Fonte: Il fattoquotidiano 16 Agosto 2012

MINACCE DI MORTE AL REFERENTE DI REGGIO CALABRIA. LIBERA: "NON CI FAREMO INTIMIDIRE!"





MINACCE DI MORTE AL REFERENTE DI REGGIO CALABRIA. LIBERA: 
"NON CI FAREMO INTIMIDIRE!"

Lettera di minaccia di morte al Coordinatore Libera Reggio Calabria Libera: "Condanniamo e rigettiamo la vile minaccia, ed esprimiamo la totale vicinanza e corresponsabilità al nostro coordinatore. Non ci faremo intimidire."





"Condanniamo e rigettiamo al mittente la vile minaccia che ha visto destinatario Mimmo Nasone, nostro coordinatore a Reggio Calabria raggiunto da una lettera anonima in cui è stato minacciato di morte. Esprimiamo la nostra totale e piena vicinanza e corresponsabilità al nostro coordinatore . La voce e l'impegno di Mimmo Nasone a Reggio Calabria  è  la nostra voce ed è la voce di tutti gli uomini e le donne oneste che in quella terra lavorano quotidianamente per il cambiamento. Nessuno può pensare con tali minacce di ostacolare il percorso tracciato di legalità, verità  e giustizia portato avanti da Mimmo Nasone e da tutta Libera. La "continuità" della nostra azione civile è l'antidoto migliore contro chi pensa di intimidirci così vigliaccamente." In una nota l'ufficio di presidenza di Libera. Associazioni, nomi e numeri denuncia la minaccia anonima ricevuta stamattina dal referente dell'associazione a Reggio Calabria.

Fonte Libera.it   5 Giugno 2012

ALTRE RESISTENZE




ALTRE RESISTENZE  

di Cinzia Robbiano

Capita che tra 100 mila persone  ci sia qualcuno che ti colpisce. Capita che siano persone che hanno molto sofferto, che loro stessi siano,  in fondo,  non solo parenti ma vittime di mafia. Ascoltarne i racconti, marciare con loro in un silenzio così distante anche fisicamente dal resto del corteo, è molto doloroso, è una condivisione che ti segue per molto tempo ancora. Una condivisione che a me sembra aver tolto la speranza che un giorno tutto ciò possa finire.

Ma a colpirmi sono stati anche  due giovani, tra i tanti a Genova il 17 marzo, che ho visto quella mattina  alle 8 dirigersi con passo spedito verso il formarsi del corteo. Davano  l’impressione di voler marciare “su” Genova, non a Genova. Qualcosa me li ha fatti  sentire immediatamente cari e li ho avvicinati. Mi hanno raccontato del loro lungo viaggio in treno e mentre intorno a noi si confezionavano le bandiere che avrebbero sfilato, mi hanno  mostrato  orgogliosamente la loro scritta con un pennarello appena prima di partire: troppo poveri, mi hanno detto,  per averne una ufficiale. Avevano viaggiato tutta la notte e sarebbero ripartiti la notte successiva, stanchi ma felici come si usa dire.  Ho chiesto di poterli fotografare, hanno accettato con gioia. Ci siamo salutati senza neppure presentarci.
Giorni dopo riordinando le tante fotografie di quelle giornate sono ritornata più volte sulla loro. Mi ero ripromessa di approfondire la loro conoscenza, la foto sarebbe stato il tramite. L’ho mandata a Radio Siani con una mail in cui dicevo quello che di loro mi aveva colpito, la bellezza della loro semplicità.
Il primo a scrivermi è stato Michele “quello grosso” come si è definito : una mail solare come il suo sorriso, piena di ringraziamenti e di entusiasmo. Poi è arrivata la mail  Vincenzo,  quello magro e pensieroso. Le due facce di un corteo mi venne da pensare.
La voglio condividere qui, perché in giorni come questi  in cui tanto si parla di Resistenza, offre uno spunto in più di riflessione. La Resistenza non può più essere solo memoria e sopravissuti, deve rivivere in nuove forme attraverso altri giovani e non solo  perché c’è ancora e sempre bisogno di libertà.

"Cara  Cinzia, Io sono Vincenzo (l'altro ragazzo della foto), del presidio Libera Afragola . Sono stato molto contento  nell'aver letto le  vostre mail, sì. Mi ha fatto molto piacere essere a Genova. certo, è stato massacrante, siamo stati tutta la notte in viaggio, arrivati di mattina presto a  Genova; per poi ritornare a Napoli  verso le 5 del mattino successivo. Ma ne è valsa la pena, perché abbiamo incontrato una parte di Italia che continua a resistere.
Purtroppo dalle nostre zone è molto raro assistere a manifestazioni di questo tipo. La camorra inquina soprattutto  la mentalità delle persone, degradando il livello culturale in generale. Se mi sono iscritto a  libera e sono venuto a Genova è stato per questo. Per riuscire a dimostrare che in realtà è possibile vivere diversamente.
Ci sono molti concittadini che non solo non denunciano e non disdegnano le organizzazioni criminali, ma anzi si sentono protetti dai vari boss. Quasi come se la camorra fosse una sorta  di stato assistenziale e i camorristi dei benefattori. Anche  attraverso film, canzoni e giornali locali (sempre monopolizzati dalla camorra) è  sempre passato questo  tipo di messaggio. Se vuoi posso illustrare anche come questo tipo di sottocultura si è imposto a livello locale. E ahimè è molto triste constatare come  ciò spesso è ignorato dai media. Il discorso è molto lungo. Noi in meridione, non abbiamo conosciuto il fenomeno della resistenza antifascista come si è diffuso al nord, con tutte quelle vittime. Però qui , forse, una certa militanza antimafiosa può richiamare quel tipo di resistenza. C'è una diversa forma di resistenza. Ricordare le vittime uccise innocentemente, significa prendere parte. Ed è stato bello incontrare a Genova tante realtà accomunate da quello stesso spirito di rinascita, resistenza, cambiamento. L'Italia migliore, che indifferenza e malaffare vogliono spegnere.
Grazie ancora". 


Genova 17 Marzo 2012

dalla XVII Giornata Della Memoria e Dell' Impegno In Ricordo delle Vittime  Innocenti   Delle Mafie

Niente crisi nelle cooperative attive nelle terre confiscate alla ’ndrangheta



Niente crisi nelle cooperative attive nelle terre confiscate alla ’ndrangheta

di Elisa Latella

Potevano avere anche solo dodici anni, le più giovani tra le raccoglitrici di olive calabresi. Uscivano di casa all’alba e negli oliveti di Rizziconi, Gioia Tauro, Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, lavoravano anche tredici ore al giorno, pagate a cottimo, spesso proprio con l’olio. La storia della produzione dell’olio in Calabria, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, è la  loro – tristissima- storia.  Le cooperative attive nei terreni confiscati al crimine organizzato hanno provato poi a scriverne una diversa. La cooperativa Valle del Marro oggi coltiva  ulivi di varietà “Ottobratica” e “Sinopolese”caratteristici della Piana di Gioia Tauro. L’olio extravergine di oliva “Castellanense”, prodotto tramite  il metodo di raccolta e il sistema di estrazione a freddo, è di qualità eccellente. 
Chiediamo ad Enzo Musolino, segretario della Federazione agroalimentare Cisl della provincia di Reggio Calabria quali sono stati i risultati raggiunti nelle cooperative “antimafia”, in particolare in quelle  attive in Calabria nella produzione di olio. Secondo lui il primo e più importante risultato sta in un diverso modo di pensare, sta nella “consapevolezza che dall’oppressione mafiosa si può  e si deve uscire”. Nelle cooperative “lo Stato  assegna le terre confiscate al popolo, i lavoratori esercitano  il diritto al lavoro legale, giustamente remunerato, e riconoscono il loro dovere di svolgere un ruolo attivo nella società”. 
Un’economia agricola sana oggi produce pasta, legumi, olio, vino, in quei terreni che erano stati “roba” della ’ndrangheta. E’ un’economia che può fare la differenza e riscrivere il meccanismo della produzione dal punto di vista del terzo settore. Si lavora insieme per produrre insieme. La logica cooperativistica è l’esatto opposto dell’idea di estorsione, che si identifica in una parassitaria forma di rendita “strappata” al lavoro altrui.  In secondo luogo, in termini di occupazione,  la ricaduta di questo nuovo modo di produrre olio in tempi di crisi è sorprendente. Musolino afferma: “Le cooperative, in particolare Valle del Marro Libera terra”, non hanno convocato il sindacato  per aprire tavoli di crisi, non hanno approfittato della più generale crisi economica globale per collocare i dipendenti sotto la protezione degli ammortizzatori sociali. Vuol dire che il  lavoro  creato lì è lavoro vero. In termini percentuali qui insistono  posti di lavoro agricolo a tempo indeterminato (fissi) maggiori rispetto alla media di ettari di estensione delle aziende agricole reggine , calabresi ed italiane. Esistono cioè aziende di maggiori dimensioni ma con minore manodopera fissa”.
Infatti, a livello regionale, nonostante le  produzioni di olio riconosciute da marchi di qualità (olio Bruzio Dop, Olio di Lamezia Dop, olio Alto Crotonese Dop), molte aziende produttrici coltivano  un ettaro di terra, non di più. I costi di raccolta incidono dal 20% al 50% sul costo finale di produzione, e, con prezzi di vendita non remunerativi,  i produttori possono decidere di  non raccogliere. 
Pietro Giordano, segretario generale di Adiconsum afferma in proposito: “Il Made in Italy deve riguardare non soltanto la qualità del prodotto, ma anche le condizioni occupazionali. Assume un significato non solo simbolico il fatto che i terreni confiscati a mafia, ’ndrangheta e camorra vengano utilizzati per impiantare e produrre produzioni di qualità.” Si scrive così una nuova Storia. Contro il caporalato, contro lo sfruttamento. A favore del lavoro.

Fonte: Narcomafie.it 11 Giugno 2012



Omicidio del piccolo Domenico Gabriele, due i condannati all' ergastolo Applausi per i genitori di Dodò all'uscita dal Tribunale. Ad attendere la sentenza anche la società civile e i giovani volontari dei campi di lavoro sui beni confiscati





I GENITORI: "DODO' NON TORNERÀ MA E' FONDAMENTALE AVERE GIUSTIZIA"

Omicidio del piccolo Domenico Gabriele, due i condannati all' ergastolo

Applausi per i genitori di Dodò all'uscita dal Tribunale. 

Ad attendere la sentenza anche la società civile e i giovani volontari dei campi di lavoro sui beni confiscati

di Angela De Lorenzo

Un applauso scrosciante ha accolto i genitori di Domenico Gabriele, Giovanni Gabriele e Francesca Anastasio, all'uscita dell'aula bunker di Catanzaro, dove è stata emanata la sentenza di condanna in primo grado all'ergastolo per gli esecutori materiali della strage dei campetti di margherita, Vincenzo Dattolo e Francesco Tornicchi. È stato assolto dall'accusa di madante, Francesco Tornicchio, che nell'estate del 2009, quando si è consumata la strage, si trovava già nel carcere di Siano a Catanzaro.
 E' stata una giornata lunga per comuni rappresentanti della società civile e i militanti di Libera provenienti  da tutta la Calabria per manifestare vicinanza alla famiglia Gabriele, la sentenza è stata rinviata di ora in ora, l'attesa iniziata alle 9.00 del mattino si è  conclusa intorno alle ore 20.00, ma nonostante questo non hanno voluto demordere, sono rimasti fino alla fine ad aspettare per strada, senza farsi scoraggiare dalla giornata afosa. 

Davanti all'aula bunker c'erano ad attendere anche tanti volontari coinvolti nell'iniziativa “E - state Liberi", giunti in Calabria da tutto lo Stivale per lavorare sui terreni confiscati a Cirò, Cutro e Isola Capo Rizzuto. Quando finalmente è stato possibile entrare in aula, regnava un silenzio inquietante. Molti dei volontari di Libera, accompagnati dal coordinatore regionale, Mimmo Nasone, da don Pasquale Aceto, dai coordinatori provinciali di Crotone, Antonio Tata, e di Cosenza, Sabrina Garofalo, si sono ritrovati ad attendere la sentenza proprio accanto ai famigliari degli imputati, mentre questi stessi li scrutavano con atteggiamento di sfida. Pronunciata la sentenza, tutti sono rimasti in composto silenzio, fatta eccezione per gli imputati

Ascoltando il verdetto, dall'interno delle gabbie uno di loro mostrava i muscoli alla famiglia affranta, come per ribadire la sua forza. La soddisfazione della società civile, invece, è esplosa fuori dall'aula con un lungo applauso, tanti ragazzi  hanno voluto stringere tra le braccia Giovanni e Francesca, così emozionati da non riuscire a proferire parole. "Mio figlio - ha solo detto Francesca - comunque non tornerà, ma avere giustizia resta fondamentale, è l'unica cosa che ci resta”.


Fonte: Liberainformazione.org 10 Agosto 2012

Cosa Nostra: una confisca da 15 milioni





Cosa Nostra: una confisca da 15 milioni


Colpiti gli eredi di un imprenditore che faceva affari con i casalesi

di Rino Giacalone

Ignazio Miceli morto a Milano due anni addietro a 55 anni l’aveva fatta franca sfuggendo ad una condanna a sei anni e otto mesi per maia ed estorsione. In appello quella condanna inflitta in primo grado gli era stata cancellata, e lui, l’imprenditore di origine marsalese, in un battibaleno aveva fatto carriera realizzando un vero e proprio impero, realizzando una egemonia nel trasporto gommato delle merci ortofrutticole per i mercati siciliani e del meridione. Secondo la Dia di Trapani tutto questo è potuto avvenire stando all’ombra dei fratelli petrosileni Antonio e Massimo Sfraga, di Gaetano Riina, fratello del più noto Totò, e soprattutto “servendo i casalesi del clan Schiavone. Oggi l’impero è finito nelle mani dello Stato, 15 milioni di euro di beni sono stati sequestrati ai suoi eredi. Se la norma fosse stata quella di tanti anni addietro, il sequestro non sarebbe stato possibile, oggi c’è la legge che prevede la possibilità del sequestro anche in capo agli eredi di coloro i quali si sono arricchiti in modo non lecito, sequestri che sono possibili nell’arco di un quinquennio dal decesso. 

Da quando Miceli era tornato libero da ogni pendenza giudiziaria, la sua azienda di trasporti, la “A.F.M. TRASPORTI”, è riuscita ad ampliare le proprie attività e la propria flotta commerciale ponendosi come impresa leader della provincia trapanese nei trasporti di prodotti ortofrutticoli diretti ai mercati del sud Italia.  Questo secondo la Dia grazie ad una regia mafiosa che aveva spartito gli affari tra Cosa nostra e Casalesi, i tir di Miceli poi avrebbero trasportato anche armi. l sequestro ha interessato la A. F.M. TRASPORTI s.r.l., con  sede in Marsala,la EURO FRIGO MARSALA SOC COOP, la “A.F.M. AUTOFRIGO MARSALA soc.coop, con  sede in Marsala,la MICELI IGNAZIO TRASPORTI, e poi terreni e immobili, automezzi e ben 16 conti correnti bancari.


Fonte: Liberainformazione.org 9 Agosto 2012

DOPING E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA: IL DOSSIER





DOPING E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA:

 IL DOSSIER


Il caso del marciatore Alex Schwazer è un nuovo duro colpo al mondo dello sport pulito. Riproponiamo un documento fondamentale per capire le molteplici origini del doping, la differenza tra le droghe e il doping, l'allarme della US Drug Enforcement Administration(DEA) e il ruolo che la criminalità organizzata ricopre nel traffico del doping.

Il dossier è curato da Sandro Donati, un Maestro dello Sport del CONI, consulente della 

Wada (l'Agenzia Mondiale dell'Antidoping).



COS'È IL DOPING?






La parola doping è di origine anglosassone e, 
fino a venti anni fa, era nota solo ai praticanti 
e agli espertisportivi 1.Poi, anno dopo anno, 
con il ripetersi incalzante dei casi che hanno 
coinvolto gli atleti di elevato livello di diverse 
specialità sportive, il suo significato è divenuto
 noto a tutti. L'esplodere degli scandali doping 
tra i campioni dello sport ha determinato una 
modalità di comunicazione del termine "doping" 
per cui, se oggi ponessimo a 1000 persone la 
domanda: "che cos'è il doping?", almeno 990 
lo abbinerebbero allo sport e lodefinirebbero
 come un sistema utilizzato dagli atleti e mirato
 ad aumentare artificialmente le loro capacità 
di prestazione in gara.



Che il doping sia utilizzato da un numero 
estremamente rilevante di atleti dei diversi
 sport è ormai chiaro a tutti. Molto meno
 chiaro, anzi in gran parte ignorato, è
 il fatto che questo fenomeno nasca al di 
fuori dello sport e si estenda ben al di 
là di esso. Due degli scopi che questa
 rassegna critico-sintetica sul fenomeno 
doping si prefigge sono proprio quelli 
di spiegare, nei termini essenziali, sia
 la sua origine, sia le sue diverse 
destinazioni. Senza questa spiegazione,
 infatti, non si avrebbe una comprensione 
sufficiente delle sue ramificazioni e 
della sua pericolosità sociale e non s
riuscirebbe mai a porre in atto azioni
 efficaci per arginarlo, se non proprio
 per sconfiggerlo.










Fonte: Libera.it 8 Agosto 2012

Antonio Cassarà e Roberto Antiochia, 27 anni dopo il duplice delitto IERI IL RICORDO DEL POLIZIOTTO NINO AGOSTINO E DELLA MOGLIE, IDA CASTELLUCCIO




Antonio Cassarà e Roberto Antiochia, 27 anni dopo il duplice delitto

IERI IL RICORDO DEL POLIZIOTTO NINO AGOSTINO E DELLA MOGLIE, IDA CASTELLUCCIO


Il 6 agosto del 1985 Cosa nostra uccideva a Palermo il commissario e l'agente di polizia. Trent'anni fa l'omicidio del procuratore Gaetano Costa


dalla redazione di Liberainformazione


Un altro poliziotto è rimasto ferito. I killer hanno sparato in cinque secondi oltre duecento colpi di kalashnikov. La reazione del Governo: trasferiti d’urgenza nell’Isola centinaia di carabinieri, agenti e guardie  di finanza. Il ministro dell’Interno oggi in Sicilia.  Oggi il sindaco incontra Craxi. Questo il sommario che il quotidiano “Repubblica” dedicò  27 anni fa, al duplice omicidio del Commissario di polizia, Antonio Cassarà e Roberto Antiochia. Erano gli anni dell’ascesa dei corleonesi, del “sacco di Palermo” e il commissario Ninnì Cassarà e il giovane poliziotto Roberto Antiochia in Sicilia si occupavano di indagini importanti su Cosa nostra e i suoi affari. Ma anche della caccia ai latitanti.  Nel docu-film “Uomini soli” i colleghi di Cassarà e Antiochia e del commissario Beppe Montana, ricordano così quei mesi di lavoro: la lotta alla mafia in quel momento qui a Palermo era una "cosa personale". Cassarà, Antiochia, Montana, la caccia ai latitanti la facevano a mani nude, spesso non con la macchina di servizio ma con quelle personali; "scambiavamo targhe, per non farci riconoscere e pedinavamo i boss anche durante i permessi, le ferie, le vacanze”. Nonostante i pochi strumenti a disposizione per indagare,  i risultati raggiunti dalle istituzioni davano fastidio ai boss. E gli omicidi, in pieno centro a Palermo, furono la risposta violenta di Cosa nostra all’attività di contrasto messa in atto da alcuni uomini dello Stato. “Uomini soli” come li chiama il giornalista, Attilio Bolzoni nel libro e nel film ( realizzato con Faber Film e Libera). 

Il commissario "Ninni" Cassarà. Commissario di polizia prima in Calabria e poi in Sicilia, ebbe modo di conoscere Falcone e di lavorare poi come vice questore aggiunto alla questura di Palermo. Fu infine vice capo della  mobile nella stessa città. Molte delle indagini sulla struttura di Cosa nostra e i suoi affari, Cassarà le fece con l’agente Calogero Zucchetto. Partecipò insieme al collega, Beppe Montana, alle indagini sui traffici fra Sicilia e America, nella nota “Pizza Connection”. Negli stessi anni si occupò al fianco di Giovanni Falcone delle inchieste che confluirono nel maxi processo a Cosa nostra. 

L'agente Roberto Antiochia. Umbro di nascita in servizio nella polizia lavorò a Milano, Torino e Roma prima di essere inviato in Sicilia.  Al fianco di  Beppe Montana, anche lui commissario impegnato in particolare nella della caccia ai latitanti, ucciso dalla mafia poche settimane prima, il 28 luglio del 1985. Dopo l'omicidio di Montana, Antiochia decise di tornare in servizio dalle ferie per seguire insieme al commissario Cassarà le indagini in corso e scelse di essere al suo fianco, pur sapendo che la vita di Cassarà era in serio pericolo. Un coraggio, quello di Antiochia, che sarà  portato avanti nelle testimonianze della madre, Saveria, che dopo la morte del figlio non smetterà di occuparsi della lotta alla mafia sotto il profilo culturale e educativo. Così Saveria Antiochia ricorda ai microfoni della tv trapanese, Rtc, in un dialogo con il giornalista Mauro Rostagno, Ninni Cassarà e il figlio:





Misteri di Stato e di mafia. Ieri la città di Palermo con una iniziativa promossa fra gli altri da Libera Palermo, Addio pizzo e RadioCentopassi ha, inoltre, ricordato altre due vittime della violenza mafiosa. L’agente di polizia Nino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, la verità sulla loro morte è avvolta da un fitto mistero che attraversa la zona grigia della lotta alla mafia: i confini fra le indagini dello Stato e i segreti di Cosa nostra. Il duplice delitto avvenne il 5 agosto del 1989 a Villa Grazia di Carini e proprio lì ieri familiari, giovani, cittadini, istituzioni e associazioni hanno deposto una corona di fiori ai piedi della stele che dallo scorso anno li ricordaClicca qui per conoscere la storia del poliziotto Agostino e il duplice delitto

Trent'anni fa l'omicidio del procuratore Gaetano Costa. Cosa nostra il 6 agosto del 1980, inoltre, uccideva a Palermo il procuratore della Repubblica, Gaetano Costa. Il magistrato aveva dato ordine di cattura di un boss e questo, probabilmente, segnò al sua condanna a morte. Consapevole dei rischi che correva aveva più volte rifiutato protezione e auto blindata. Oggi in una nota l'Associazione nazionale magistrati l'ha ricordato così: " per primo, intui' le profonde trasformazioni della mafia di quegli anni, contrastandone in particolare le infiltrazioni nei settori degli appalti, della pubblica amministrazione e dell'economia".  In un passaggio dell'intervento del presidente dell'Anm Sicilia, Antonino Di Matteo fa un riferimento alla lotta alle mafie oggi. "Commemoriamo il valoroso collega - prosegue la nota - nella consapevolezza dei doveri morali, che incombono in primo luogo sulla magistratura, di individuare i moventi, i mandanti e gli esecutori di quel terribile delitto e di evitare che si ripropongano in futuro, nei confronti di altri colleghi, quelle condizioni di isolamento e sovraesposizione che visse il procuratore Costa prima di essere ucciso".

Fonte: Liberainformazione.org 6 Agosto 2012