"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

Beni confiscati, in Campania si preferiscono le passerelle



Beni confiscati, in Campania si preferiscono le passerelle

di Tonino Amato
Presidente Commissione Regionale Beni Confiscati



Questa settimana L’Espresso pubblica un interessante reportage di Giovanni Tizian, dal significativo titolo “E la mafia si tenne il tesoro”. L’autore verifica lo stato dei beni confiscati alle mafie, fotografandone, dal nord al sud, le difficoltà nella destinazione e nella gestione. Alla Campania sono dedicati “il camorrista se la ride” e “Campania infelix”. Ai concreti e puntuali riferimenti di Tizian si aggiunge un quadro complessivo tutt’altro che incoraggiante: nella nostra regione infatti, abbiamo 478 beni, quasi un terzo dei 1500 immobili confiscati, che non si possono consegnare perché gravati da ipoteca o occupati, solo il 2% delle 367 aziende confiscate ancora attive sul mercato, migliaia di beni mobili, innanzitutto autovetture confiscate o sequestrate e abbandonate a custodia giudiziaria con enorme carico oneroso. Cosa ci dicono questi dati? Innanzitutto il perpetuarsi dello sconcio di istituti bancari che ancora assicurano ipoteche ai criminali, a volte addirittura immediatamente a ridosso del sequestro. Quindi il buco nero di aziende che, per la quasi totalità, dopo la confisca sono destinate al fallimento. E se appare grave la responsabilità diretta degli istituti di credito, sono pure evidenti le falle normative, la macchinosità burocratica e la complessità giudiziaria, aggravate dal nuovo e nefasto Codice Antimafia. Cosa dire poi del braccio operativo del governo, l’Agenzia Nazionale? Può contare in tutt’Italia su poco più di 30 unità lavorative, dovendo così necessariamente venir meno a ruoli fondamentali quali la funzione di raccordo tra le diverse istituzioni coinvolte
La sede distaccata di Napoli è tutt’oggi semi clandestina, aperta a Castel Capuano ma mai inaugurata o visitata dal Ministro Cancellieri, con pochissimi uomini e ancor meno mezzi.
Anche gli enti locali hanno grandi responsabilità, a partire dalla Regione che ancora non ha richiesto un solo bene confiscato che pure per legge potrebbe esserle destinato, incidendo così sulla spesa dei fitti passivi
La stessa situazione si ripete per le province, mentre la maggior parte dei comuni continua a non pubblicizzare nemmeno il patrimonio confiscato a sua disposizione
Serve allora un deciso cambio di rotta a partire da modifiche della normativa nazionale per finire con la piena applicazione della nuova normativa regionale. Perché la giunta Caldoro ancora non ha dato seguito a quanto previsto dalla legge 7/2012 pure approvata all’unanimità? Perché tanti ritardi nella costituzione dell’osservatorio regionale e dello specifico ufficio per le aziende confiscate, nell’emanazione del bando per il sostegno a progetti di riutilizzo, nella definizione di premialità per progetti sui beni confiscati nell’ambito degli interventi previsti da FSE, FESR e PSR
Note dolenti anche dal comune di Napoli: ancora si attende il nuovo regolamento per l’assegnazione dei beni e addirittura ci sarebbero enti come la Fondazione Pascale pronti a investire per realizzare all’interno di un immobile confiscato il registro tumori. Come è possibile non seguire e sostenere queste iniziative? Nel frattempo si corre il rischio di abbandonare nuovamente l’unico terreno confiscato della città, a Chiaiano, che se riutilizzato avrebbe positive ricadute su Scampia
La verità è che, ancora oggi, pure in Regione, in tanti comuni e municipalità, sui beni confiscati si agisce in maniera approssimata e sfilacciata.
E ancora resistono zone d’ombra a porre ostacoli e difficoltà. Non basta acquistare i pacchi alla camorra, ci si dovrebbe adoperare perché quel modello di economia sociale possa essere rafforzato ed esportato
Per tanti, invece, resta solo l’occasione di passerelle mediatiche.

Fonte: La Repubblica.it Inserto Napoli  15 Dicembre 2012



Camorra, Bidognetti accusato di disastro ambientale




Camorra, Bidognetti accusato 
di disastro ambientale


di Massimiliano Ferraro

Il curriculum criminale di Francesco Bidognetti ), alias Cicciotto ‘e mezzanotte, storico capo dell’omonimo clan dei Casalesi, si arricchisce di una nuova pensate accusa. 
La Dia di Napoli ha infatti eseguito nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di disastro ambientale aggravato dal metodo mafioso.
Secondo gli inquirenti, dalla fine degli anni 80, Bidognetti avrebbe smaltito illegalmente circa 800milia tonnellate di rifiuti in varie discariche di Giugliano, comune della provincia nord di Napoli. Si tratterebbe in gran parte di rifiuti industriali provenienti da aziende del Nord, in particolare quelli dell’Acna di Cengio, sversati in Campania grazie alla copertura fornita della Ecologia 89, società creata dallo stesso boss.
Oltre a Bidognetti, l’indagine dei magistrati di Napoli riguarda anche Giulio Facchi, ex subcommissario per l’emergenza rifiuti in Campania, e i due presunti “strateghi” dei veleni, l’imprenditore Gaetano Cerci e l’avvocato Cipriano Chianese
Proprio Chianese, già arrestato nel 2006 e tuttora ai domiciliarifu per molti anni titolare delle società Sestri e Resit che gestivano le discariche ubicate a Giugliano: ventuno ettari di territorio nella piena disponibilità dei clan di Casal di Principe in cui sarebbero finiti scarti di lavorazioni, rifiuti speciali, ospedalieri e urbani. Un business colossale già descritto in passato dal pentito di camorra Dario De Simone, a detta del quale: «Chianese con le discariche ha guadagnato miliardi».
Oggi, in seguito a quegli sversamenti illeciti, nell’area della Resit di Giugliano è stata accertata la presenza di impressionanti livelli di inquinamento. Oltre cinquantasettemila tonnellate di percolato, spiega la Dia di Napoli, avrebbero avvelenato la falda acquifera con il conseguente rischio «per l’agricoltura, per la salute animale e la salute umana per la presenza di alcune sostanze con concentrazione oltre il limite tabellare». Una contaminazione che durerà almeno per i prossimi settant’anni e che secondo le previsioni toccherà la sua punta massima nel 2064. Ma non è tutto, perché esiste il sospetto che le acque tossiche siano state utilizzate anche per l’irrigazione dei campi coltivati, esponendo così la popolazione al rischio di assumere cibi cancerogeni.
Veleni e tumori. Non ci sono solo le 30.000 tonnellate di scarti pericolosi dell’Acna di Cengio ad avvelenare la terra di Giugliano. Le dichiarazioni rese da alcuni pentiti hanno consentito di avere un’idea tragicamente verosimile dello scempio che ha interessato per un oltre ventennio l’antica Campania Felix.
«Duecentomila tonnellate di sostanze tossiche ci furono pagate a 10 lire al chilo», aveva confessato ai magistrati Gaetano Vassallo, ex imprenditore della camorra e ora collaboratore di giustizia
Dal 1988 al 1992, molte sostanze altamente tossiche sarebbero state sversate abusivamente a Giugliano e Lusciano anche da alcune aziende laziali: 
«rifiuti liquidi provenienti da industrie, ospedali e insediamenti civili», oltre che «da aziende di oli esausti della zona di Velletri». Mentre altri micidiali veleni come «i rifiuti della MB, arrivavano in speciali cisterne di acciaio anticorrosivo» e sapevano impressionare persino gli stessi camorristi: «perché quella roba friggeva, era così potente che squagliava anche le bottiglie di plastica che c’erano nel terreno». Anche i materiali di scarto dell’industria concia toscana e chissà cos’altro ancora sono stati l’origine di quella peste che nel giuglianese fa ammalare e morire
Nella zona si assiste infatti da anni ad un incremento preoccupante delle forme tumorali.
Uno studio del 2005 del Dipartimento della Protezione Civile, denominato “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana”, parla di significativi aumenti della mortalità per tumori al polmone, alla laringe, alla vescica e al fegato. Viene inoltre segnalato il preoccupante aumento delle malattie dell’apparato respiratorio. Anche un gruppo di ricercatori appartenenti all’Istituto Superiore di Sanità, al Cnr di Pisa, all’Arpac, all’Università di Napoli e a Legambiente, ha sostenuto che “la mortalità per tumore è risultata significativamente accresciuta con riferimento ai tumori maligni di polmone, pleura, laringe, vescica, fegato e encefalo.


Fonte: Narcomafia.it  11 Dicembre 2012
        


Mercoledì 12 Dicembre Caivano - Report dell'incontro del Coordinamento Comitati Fuochi con il delegato del Minostro Dell'Interno, Vice Prefetto Donato Cafagna




Mercoledì 12 Dicembre Caivano - Report dell'incontro
del Coordinamento Comitati Fuochi con il delegato del Minostro Dell'Interno, Vice Prefetto Donato Cafagna


Si  è svolto il 12 Dicembre a Caivano, nella Parrocchia San Paolo Apostolo nel Parco Verde, l’incontro del delegato del Ministero dell’Interno, Vice Prefetto Donato Cafagna, con i referenti del Coordinamento Comitati Fuochi e con Padre Maurizio Patriciello.
Scopo dell’incontro era confrontarsi sulle prime azioni strategiche e di pianificazione che il dott. Cafagna sta mettendo in atto. Il Coordinamento ha provveduto a consegnare al Vice Prefetto un documento articolato in schede allo scopo di condividere il lavoro da noi svolto in questi mesi in termini di analisi e proposte dirette a contrastare il fenomeno dello sversamento illegale dei rifiuti industriali e roghi tossici.
Di seguito la strategia illustrata dal Vice Prefetto Donato Cafagna.
Siamo in una fase di strutturazione di una strategia globale e pianificazione di dettaglio per passare a breve, entro fine mese, alla parte operativa sul territorio. Lo scopo principale delle ultime settimane è stato quello di costruire una RETE con tutti gli attori e le Istituzioni interessate al problema. Veniamo alle azioni messe in atto:
-          Strutturazione di 2 Gruppi di lavoro presso le Prefetture di Napoli e Caserta, costituiti da: Questori, Comandanti provinciali di Cara­binieri, Guardia di Finanza, Guardia Forestale, Polizia stradale, Vigili del fuoco e Polizie provinciali. Presente anche il Ca­po del pool reati ambientali della Procura di Napoli, Nunzio Fragliasso, da cui dipende il PM Lucio Giugliano che sta seguendo la Maxiquerela delle 33.000 firme. Lo scopo di tali gruppi, coordinati dal Vice Prefetto Cafagna, sarà quello di mettere a fattor comune le risorse disponibili e concentrare gli interventi di controllo e presidio in maniera mirata e non più in maniera diffusa ed inefficace come era fino ad oggi. I Presidi delle forze dell’ordine saranno costituiti sulla base di 9 maglie di territorio con raggruppamenti di Comuni, con l’obiettivo di meglio coordinare la presenza sul territorio senza confini comunali di competenza, con controlli finalizzati alla deterrenza del fenomeno con sequestro mezzi. Per le segnalazioni dei roghi di rifiuti tossici, per cui è necessario l’intervento immediato, rimangono a disposizione i numeri di emergenza del 112, 113 e 115. I Vigili del fuoco saranno dotati di un modulo particolare su carrello, che è stato richiesto appositamente per lo spegnimento rapido di questo tipo di roghi, che utilizzano acqua e schiuma con iniezio­ne di aria compressa, che soffoca più rapidamente le fiamme.  Sarà invece istituito un Numero verde apposito, presso la Protezione civile in Regione, a cui denunciare, anche in forma anonima, le discariche abusive per chiedere la rimozione in tempi brevi, prima che venga appiccato il rogo. Si sta pensando anche ad un sito internet su cui convogliare tutte le informazioni e renderle accessibili a tutti.
-          Sulla base delle segnalazioni ai numeri di cui sopra si darà impulso all’attività investigativa degli inquirenti partendo dall’analisi degli sversamenti. Rilevando le eventuali etichettature e le informazioni utili a risalire all’azienda che ha sversato. Questo anche con schede dettagliate che saranno appositamente predisposte a cura dei Vigili del Fuoco. Tutto questo allo scopo di rendere non conveniente lo sversamento abusivo per le aziende.
-          Attività da svolgere specificamente su alcune filiere: rivenditori di pneumatici, rottamatori, rivenditori di prodotti elettrici ed elettronici. Controlli serrati da parte della guardia di finanza. Si sta lavorando anche a operazioni straordinarie di raccolta di pneumatici e rottami attualmente sparsi nelle discariche abusive atraverso consorzi specializzati come ad esempio Ecopneus (per i pneumatici).
-          Costituzione della Cabina di regia per avviare processi amministrativi diretti alle bonifiche e alla videosorveglianza. Cabina costituita da Regione, Province, Arpac, le Asl, con il compito di avviare gli iter del bando per la videosorveglianza nelle zone critiche già individuate. Grande sforzo anche diretto al disinquinamento e alle bonifiche da fare con i fondi del Ministero dell’Ambiente. Si inizia a parlare di riconversione agricola al NO FOOD. Il Coordinamento è stato chiarissimo nello specificare, anche nel proprio documento, che le coltivazioni NO Food non devono essere destinate all’utilizzo per biomasse. E’ stato richiesto anche un intervento straordinario per le bonifiche da amianto. Allo studio progetti per affidare alle Associazioni locali le aree demaniali bonificate per attuare azioni di riqualificazione ambientale ad utilizzo sociale.
-          Coinvolgimento dei Comitati e delle associazioni non solo per esercitare controllo sull’operato dell’intero meccanismo messo in moto dal Vice Prefetto Cafagna, ma anche per eventuale coinvolgimento con decreto di formazione regionale finalizzato alla costituzione di gruppi di guardie ambientali locali. Coinvolgimento delle Associazioni di categoria dei coltivatori diretti e degli industriali per programmare azioni ed interventi specifici di riconversione a tutela dell’ambiente.
-          Elaborazione di un programma per i Comuni con azioni di intervento di rimozione rifiuti, ordinanze sindacali, per costringerli a fare quello che dovrebbero fare e non fanno, facendo diventare priorità questi temi ambientali.

Queste le prime azioni della strategia del Vice Prefetto Cafagna che dovrebbe diventare operativa per la fine del mese, massimo inizio anno.
Molti punti richiesti dal Coordinamento sono stati recepiti nella strategia. Il Coordinamento spingerà affinché diventino agenda politica dell’attuale e del futuro governo anche i punti ad impatto nazionale descritti nel proprio documento.
Continuerà la nostra azione di controllo, denuncia, certificazione dei passi avanti che saranno fatti. Adesso inizieremo a breve a verificare l’operatività di queste azioni.
Prossimo incontro col Vice Prefetto Donato Cafagna è fissato per gli inizi di Gennaio


COORDINAMENTO COMITATI FUOCHI



Fonte: Coordinamentocomitatifuochi.org  12 dicembre 2012

APPUNTAMENTO LIBERA Associazioni , Nomi e Numeri Contro le mafie Presidio Territoriale AFRAGOLA - CASORIA IN RICORDO DI LINO ROMANO VITTIME INNOCENTE DELLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA COMUNICATO STAMPA




IN RICORDO DI LINO ROMANO

VITTIME INNOCENTE


DELLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA




APPUNTAMENTO

LIBERA 

Associazioni , Nomi e Numeri Contro le mafie
Presidio Territoriale 
AFRAGOLA  -  CASORIA




Oggetto:  Celebrazione in memoria di Lino Romano e dibattito
 “ La nostra terra è per la vita


Il Presidio Territoriale Afragola-Casoria di Libera Associazioni, Nomi e Numeri Contro le mafie comunica che, in ricordo di Lino Romano, Venerdi 14 Dicembre alle ore 18 e 30 nella Parrocchia di San Biagio Vescovo e Martire di Cardito (Na), ci sarà una celebrazione eucaristica presieduta da S.E. Mons. Angelo Spinillo. A seguito della messa ci sarà l’incontro-dibattito “La nostra terra è per la vitadove sarà possibile ascoltare due testimonianze di economia sociale sui beni confiscati alla criminalità organizzata
Economia sociale, nel senso di pensare ad un mercato che non lasci indietro le persone con problematicità ma al contrario ad un mercato che dia opportunità. 
Fare attività sociale sui beni confiscati alla camorra rende tali attività ancora più decisive per i nostri territori. 
E’ l’emblema di un cambio di paradigma che può avvenire. 

Da terreni di morte a terreni di vita, di diritti.


INTRODURRANNO 

Don Nicola MAZZELLA 

Parroco di San Biagio Vescovo e Martire di Cardito 


Maria SACCARDO 

Referente del Presidio Territoriale 

di Libera AFRAGOLA - CASORIA



INTERVERRANNO 

Giuliano Ciano,  della Fattoria  sociale 


“Fuori di zucca



sorta  nell' area dell' ex Ospedale 

Psichiatrico di Aversa

 e 

Simmaco Perillo della Cooperativa sociale 



“Al di là dei sogni” 


Azienda Agricola Impiantata su terreni 

confiscati alla Camorra

ci racconteranno cosa significa essere cooperative sociali e cosa significa operare in beni abbandonati o confiscati alla camorra. 
Esempi di riscatto per i nostri territori troppo spesso provati da morti assurde. In memoria di Lino Romano non possiamo far altro che impegnarci affinché i nostri territori possano finalmente riscattarsi da ogni pratica camorrista.




Concluderà 

S.E Mons. Angelo SPINILLO 

Vescovo di Aversa 



IL VIDEO 

FATTORIA SOCIALE 


"FUORI DI ZUCCA"

PRESSO

EX MANICOMIO DI AVERSA (CE)




IL VIDEO

COOPERATIVA SOCIALE 

"AL DI LA'  DEI SOGNI"

CHE  OPERA IN UN BENE CONFISCATO ALLA 

 camorra

ALBERTO VARONE

PRESSO 

MAIANO DI SESSA AURUNCA (CE)



Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Presidio Territoriale Afragola-Casoria




Con viva preghiera di pubblicazione e/o diffusione
  

UFF. STAMPA: 3204144079


È’ di Lea Garofalo il corpo ritrovato in Brianza





È’ di Lea Garofalo il corpo 
ritrovato in Brianza

di Marika Demaria

Avere venti anni significa essersi appena lasciati alle spalle il mondo scolastico ed apprestarsi a vivere una nuova fase della vita, sia essa accademica o lavorativa. Significa uscire il sabato pomeriggio per lo “struscio” nelle vie del centro della propria città, con le amiche o mano nella mano con il proprio ragazzo. Significa divertirsi, guardare al futuro, lottare per costruirselo, per arrivare lì, a raggiungere i propri sogni. Ieri, martedì 4 dicembre, una ragazza di Petilia Policastro, un paesino del crotonese, ha compiuto 21 anni. Si tratta di una giovane che non sta vivendo la normalità della vita, ma che si sta comportando in maniera eccezionale, speciale: Denise Cosco.
Il suo nome negli ultimi mesi è rimbalzato sulle pagine dei quotidiani, all’interno dei servizi dei telegiornali nazionali: è lei che con le sue denunce, con le sue deposizioni in aula, ha dato un nome, un cognome, un volto agli assassini di Lea Garofalo, sua madre. Ma quelle persone Denise le conosce molto bene, da quando è nata: perché una di loro è suo padre Carlo, altre due sono gli zii Vito e Giuseppe Cosco. Poi ci sono Rosario Curcio e Massimo Sabatino e infine lui, Carmine Venturino, con cui era nata una simpatia. Denise ha raccolto a piene mani l’eredità che le ha tramandato sua mamma: il coraggio della denuncia, di ribellarsi al sistema della ‘ndrangheta. Hanno vissuto anni di solitudine, in alcuni periodi privati anche delle loro generalità e per questo non più libere cittadine, non più vive. Come se non esistessero, come se fossero invisibili. Ha fatto una scelta coraggiosa Lea Garofalo, figlia di un boss della ‘ndrangheta, cresciuta in una famiglia in cui vige la regola che il sangue si lava con il sangue”, innamoratasi a 14 anni di un ragazzo con cui sperava, a Milano, di poter finalmente costruire una famiglia vera, non svuotata del suo significato e riempita del senso delle parole mafiose. Così non è stato, ma Lea Garofalo non c’è stata. Ha denunciato, perché lei a sua figlia Denise voleva regalare un futuro migliore, diverso. Ha preso per mano la sua creatura e fino all’ultimo giorno della sua vita ha respirato per lei, per quella ragazza che era nata quando aveva 17 anni e con cui era cresciuta come se fossero sorelle.
 L’epilogo ha una data ben precisa: 24 novembre 2009. La 35enne testimone di giustizia quella sera, a Milano, sarà rapita, torturata dai suoi aguzzini che volevano sapere cosa lei avesse raccontato di compromettente (per loro) ai Carabinieri, uccisa e portata in un terreno a San Fruttuoso, a Monza.  I risultati dell’esame del Dna mutano l’epilogo – ma non certo la sua brutalità – e raccontano che Lea Garofalo non fu uccisa con un colpo di pistola alla nuca e sciolta in cinquanta litri di acido, ma strangolata e che il suo cadavere fu bruciato. I resti ritrovati di recente in quel terreno, così maledettamente vicino al cimitero di Monza dove il primo aprile è stata deposta una targa in memoria di Lea Garofalo quale emblema di coraggio e di lotta per la legalità, appartengono alla donna. La radiografia dei denti combacia con un referto analogo in possesso della figlia Denise Cosco.
La giovane, che vive sotto protezione, potrà avere un feretro da accarezzare, potrà donare a sua mamma un funerale degno di tale nome e una sepoltura che finalmente regali a Lea la meritata pace e a Denise la serenità di aver avuto giustizia. Una parola che è stata possibile scrivere solo grazie al coraggio della ventunenne, che con forza leonina ha messo in gioco la sua esistenza, ha rivissuto la propria vita raccontandola dietro un paravento in un’aula di tribunale, ha puntato il dito contro i carnefici di sua madre. Denise ha vergato una pagina fondamentale dell’antimafia, è  l’emblema della coerenza, della determinazione, dell’amore che una figlia prova nei confronti della propria madre. Quella pagina Denise l’ha scritta e la sta continuando a scrivere. Ma la lotta alle mafie non è opera di navigatori solitari come ci ricorda don Luigi Ciotti e quindi la giovane va accompagnata, va sostenuta, va amata, va protetta. La sua lotta deve essere la lotta di tutti noi. Solo così Denise potrà finalmente, un giorno, spiccare il volo alla ricerca della sua libertà.

Fonte: Narcomfie.it 5 Dicembre 2012

BOLZONI: GIORNALISMO, DIFFAMAZIONE E MACCHINA DEL FANGO


BOLZONI: GIORNALISMO, 
DIFFAMAZIONE E MACCHINA DEL FANGO






Dopo la bocciatura da parte del Senato dell'articolo 1 del ddl sulla Diffamazione che prevedeva il carcere per i giornalisti, l'inviato di Repubblica Attilio Bolzoni fa il punto sullo stato dell'informazione in Italia. Un'analisi che pone l'accento e rimette al centro della discussione la differenza tra la "macchina del fango
e il giornalismo vero.

Fonte: Narcomafie 28 Novembre 2012

USURA, AFFARE MAFIOSO




USURA, AFFARE MAFIOSO


di Riccardo Christian Falcone


«Acchiappalo per i capelli come ti dico io! Piglialo malamente a questa latrina! Digli:ha detto lo zio che stanno ridendo sopra i morti… digli che  se viene lo zio vi schiatta la faccia!». 
 Lo zio è  Mario Potenza, ex contrabbandiere degli anni d’oro di Michele Zaza. Professione, usuraio
Nel  suo appartamento popolare al  vico Storto al Pallonetto a Santa Lucia gli uomini della DIA hanno trovato oltre 7 milioni di euro.
Un’intera giornata a picconare le mura maestre, imbottite di banconote da 500 euro.
Un vero e proprio tesoro. In quella casa la DIA ci è arrivata grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia  Salvatore Lo Russo. 
Altri 15 milioni di euro gli inquirenti li hanno rintracciati e sequestrati in Svizzera.
Una montagna di soldi, parte dei quali serviti ad avviare e portare avanti alcune attività commerciali della Napoli bene.
Una lista di 17 esercizi commerciali e tra essi alcuni locali della catena  Pizza Margherita. Quelle parole Potenza le suggerisce ad un suo vicino di casa, costretto a rimpiazzare nel ruolo di recupero crediti i figli Bruno e Salvatore, entrambi finiti dietro le sbarre. 
L’episodio è uno dei tanti ricostruiti nel dossier  Usura, il BOT delle mafie presentato da Libera lo scorso 30 ottobre
Una fotografia spietata e raccapricciante di un Paese strozzato.
Una massa incalcolabile di ricchezza illegale, che alimenta un circolo vizioso di soggezione psicologica e violenza fisica, che aggredisce l’economia legale, che limita il libero mercato e la concorrenza. 
Tutto in mano alle mafie.
Dal Nord al Sud del Paese. 
Stesse modalità, stesso linguaggio, stessi meccanismi.
Una rete invisibile, un buco nero che inghiotte aziende, imprese, società, famiglie. E che dalla crisi economica non può che trarre giovamento. Quando le banche chiudono i rubinetti del credito, quando gli stipendi non arrivano a sostenere le famiglie, è lì che entrano in gioco le organizzazioni criminali,
le uniche a disporre di liquidità: tanti soldi e subito. 
Una manna dal cielo. Se non fosse che poi uscire da quella spirale diventa un’impresa quasi impossibile.
 E giù con tassi di interesse che in alcuni casi hanno sfiorato il 1500%. E se non puoi pagare, non c’è problema: c’è la tua casa, la tua macchina, la tua azienda. E anzi, può essere anche meglio, perché la tua azienda diventa la lavatrice perfetta per ripulire capitali enormi che altrimenti puzzerebbero di marcio. Tutto nelle mani dei clan. 54 secondo le  Relazioni Antimafia quelli che negli ultimi 24 mesi sono finiti in inchieste e cronache giudiziarie per reati associativi con metodo mafioso finalizzati all’usura. C’è il gotha del sistema criminale italiano: i  Casalesi, i D’Alessandro, i Cordì, i De Stefano, i  Terracciano, i Mancuso e chi più ne ha più ne metta.
Tutti hanno capito che prestare soldi a interessi, sostituirsi ai vecchi strozzini di paese, è un affare colossale. 
E, come al solito, ci si sono buttati a capofitto.
E con questi metodi hanno accumulato una fortuna che è quasi impossibile calcolare, perché le denunce sono poche.   
Ma i numeri di singole inchieste, come quella avviata 
grazie alle dichiarazioni di Lo Russo, servono ad aprire 
uno spiraglio di luce
Sono i numeri dei sequestri: 70 milioni di euro il tesoro sequestrato al clan Moccia nel napoletano; 41 milioni di euro al clan Terracciano, emigrato in Toscana
E sì, perché questo business le mafie lo hanno esportato in tutta Italia, con la complicità di mediatori, professionisti e intercessori vari.
La ‘ndrangheta ha conquistato il mercato in Lombardia, Piemonte ed Emilia. La camorra casalese il Veneto, il Friuli, il Trentino. Dovunque c’è bisogno di soldi, loro ce li hanno. E sanno come farli fruttare.
 Dovunque c’è bisogno di soldi, loro ce li hanno. 
E sanno come farli fruttare.
In Campania, secondo l’ultima Relazione Annuale della Direzione Nazionale Antimafia, la dislocazione dei clan camorristici che si muovono in questa direzione è varia
Ci sono i casalesi che ancora sfruttano il nome di Antonio Iovine per  intimidire le vittime.

E poi i D’Alessandro a Castellammare di Stabia, i Moccia ad Afragola, gli affiliati ai clan  
PagnozziCava e  Russo in provincia di Avellinogli epigoni dei Marandino nella Piana del Sele e i cosiddetti  Garibaldi nel Battipagliese.

 Una geografia criminale da far paura.
Quella stessa paura che riduce quasi a zero il rischio per le organizzazioni e tiene drasticamente basso il numero delle denunce. La paura, certo.
Ma anche la vergogna, l’omertà, la mancata percezione della vittima di essere finito in un sistema stritolante
A volta, persino un meccanismo di dipendenza psicologica, quasi fisica, tra la  vittima e l’usuraio
Lo ha spiegato bene Ilda Boccassini, alle prese con l’inchiesta  Infinito che in Lombardia ha portato a oltre 170 arresti e alla condanna con rito abbreviato di 110 persone.
 La Boccassini ha ricordato come di fronte ai «tanti episodi di intimidazione e violenza subiti dagli imprenditori lombardi, questi dicano "noi non abbiamo ricevuto minacce”, mentre noi sappiamo
dalle indagini che non è così»,  aggiungendo che «la classe imprenditoriale ha convenienza a rivolgersi alle organizzazioni criminali piuttosto che allo Stato».
Per poi concludere:  «fin quando la classe imprenditoriali
nazionale non capirà che stare con lo Stato è più pagante che stare con l'antistato, non penso che il problema si risolverà domani».

E c’è da crederle.

Fonte: Archivio Fortapàsc 

La newsletter di Libera Campania mese di Novembre 2012