"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

14 ANNI DOPO Ricordare Albero, Rosario e Salvatore. Noi ci siamo, e continueremo a combattere affinché mai si ripetono queste tragedie, frutto della barbarie della camorra

















   14 ANNI DOPO
 Ricordare Albero, Rosario e Salvatore. 
Noi ci siamo, e continueremo a combattere affinché mai si ripetono queste tragedie, frutto della barbarie della camorra


Il 20 luglio 1998,  tre giovani ragazzi, Alberto Vallefuoco, Salvatore De Falco e Rosario Flaminio, in Via Nazionale delle Puglie a Pomigliano D'Arco, nella zona nord-est di Napoli, furono assassinati, durante l'ora di spacco, davanti al bar nei pressi del pastificio Russo dove lavoravano.
Erano lì,durante la pausa lavorativa davanti ad un bar di Pomigliano D'arco , come erano soliti fare. Improvvisamente alcuni sicari, muniti di revolver e kalashnikov, iniziarono a sparare, stroncando inspiegabilmente la vita dei tre giovani.
Morti per uno scambio di persone, un assurdo errore dei dei killer. 
Si muore anche così in terra di camorra, per "sbaglio", per "errore" di assassini... 
Oggi 20 luglio 2012 ricordiamo vivamente quel gravissimo episodio delittuoso, sottolineando e ribadendo che bisogna con ogni forza dire basta a tutti questi "sbagli" , impegnandoci quotidianamente e collettivamente, con le nostre forze, per contrastare la violenza del fenomeno camorristico, che ci rende cittadini più insicuri e meno liberi.
Noi come Presidio Libera Afragola - Casoria siamo stati lì, 14 anni dopo, sul luogo del delitto,per ricordare il sangue innocente versato sui nostri territori dalla camorra.
Per ricordare in questo modo i volti di quei giovani lavoratori morti solo perché costretti a vivere in una realtà dove gli interessi criminali minano la sicurezza di ciascun cittadino.
Abbiamo portato delle rose bianche, nella speranza che questo ricordo non sia una passiva litania, ma ci dia la forza per riuscire a costruire una narrazione civica e collettiva che vede nei fenomeni della criminalità organizzata il nemico da arginare e contrastare, perché è già da troppo tempo che le guerre di camorra minano la tranquillità di tutti noi anche di chi crede di stare fuori. 
"tutto ciò ci interessa", è il messaggio da far passare alla cittadinanza. 
Difficilmente in televisione, o durante le passerelle di politici, vengono ricordati tutte le vittime di questa guerra a tratti invisibile, non pubblicamente dichiarata. 
Ricordare ciascun nome, ciascun volto, parlare con la famiglia è necessario per comprendere l'urgenza di una presa di coscienza.
Noi ci siamo, e continueremo a combattere affinché mai si ripetono queste tragedie, frutto della barbarie della camorra.

Ad Alberto, Salvatore  e  Rosario.

Libera Presidio Afragola - Casoria




Bruno Vallefuoco, il papà di Alberto, in un’intervista a Road TV: “Alberto era un ragazzo come tanti. Aveva 24 anni  e i suoi  sogni erano quelli dei ragazzi della sua età. Aveva già dovuto misurarsi con la realtà, quindi i suoi sogni erano qualcosa di più concreto. Sognava un lavoro. Perché dalle nostre parti anche il lavoro è un sogno. Sognava di farsi una famiglia. Ed è stato ucciso  mentre cercava di concretizzare qualche suo sogno. E’ stato ucciso insieme a due suoi coetanei, Rosario e Salvatore, mentre frequentava una borsa lavoro. Erano già sicuri che alla scadenza sarebbero stati assunti da questa azienda di Pomigliano. Loro non sapevano, però che questa  azienda pagava il pizzo al clan Cirella ex clan Egizio e che  nel luglio del 1998 un altro clan stava cercando di farsi spazio sul territorio. I titolari del pastificio anziché comportarsi come esemplari cittadini e denunciare tutto alla polizia, preferirono stare zitti, contribuendo ad alimentare voci diffamanti sui tre ragazzi.  Il 20 luglio del 1998, questi tre ragazzi vengono trucidati perché qualcuno è stato troppo vigliacco per rivolgersi alla polizia. E sono stati ancora trucidati nel corso delle indagini. I titolari del pastificio Russo non hanno fatto niente per aiutare le forze dell’ordine nelle indagini e nemmeno quando i giornali prezzolati dalla camorra hanno continuato a massacrare Salvatore, Rosario e Alberto. Quando hanno tentato di far credere a tutti che in fondo se la sono meritata. Non hanno mosso un dito quando sui giornali si scriveva che i tre sono stati puniti perché: “Hanno violentato una ragazza; Hanno spacciato droga per clan rivali, o uno di loro era l’amante della moglie di uno che stava in galera”. Il pastificio sapendo quello che veramente era successo ha lasciato fare. Ha continuato a negare e a non dire la verità. Vigliacchi”.














I cittadini virtuosi separano i rifiuti, nessuno li raccoglie


di Antonio Maria Mira


Cumuli di rifiuti... differenziati. Da venerdì scorso è questo l’incredibile e assurdo scenario in circa cinquanta comuni del casertano, dalle zone interne della provincia all’Agro aversano, fino alla costa, compresi i paesi più colpiti dai "roghi". Casapesenna, San Cipriano d’Aversa, Succivo, Casal di Principe, Teverola, Carinaro, Villa Literno, Gricignano d’Aversa, Teano, Cellole... Alcuni sciolti per camorra. Non in campagna ma nei centri abitati, le strade sono ormai piene di sacchetti coi rifiuti ben separati: vetro, plastica, metalli, carta, umido e indifferenziato. 

I cittadini hanno fatto pienamente il loro dovere ma da cinque giorni nessuno raccoglie e, molto probabilmente, andrà avanti così almeno fino a venerdì. Con evidenti rischi sanitari, sia per il caldo che per i liquidi che già si spandono. E se prendessero fuoco, vista l’alta presenza di plastica, ci sarebbe un’alta concentrazione di diossina nell’aria (oltre ad altre sostanze tossiche...), questa volta direttamente nei centri abitati. Il motivo di tutto questo è economico. Il Consorzio unico di bacino, l’ente pubblico che dovrebbe raccogliere i rifiuti in provincia, non ha fondi né per il personale né per pagare l’assicurazione dei mezzi

Così i sacchetti restano per strada. E non è la prima volta. Con la certezza che quando saranno finalmente raccolti non potranno più finire negli impianti di riciclaggio. Ormai contaminati dalle sostanze organiche fermentate per il caldo, saranno trattati come un rifiuto "tal quale", e finiranno nel termovalorizzatore o in discarica. Con tanti saluti all’impegno dei cittadini. La beffa dopo il danno. Tutto nasce da una situazione di totale incertezza organizzativa. Il Consorzio è, infatti, in liquidazione per lasciare il posto a una società provinciale. Che fino ad ora si è occupata solo della gestione dello Stir di Santa Maria Capua Vetere, l’impianto dove il rifiuto "tal quale", una volta separato l’umido, viene triturato e poi inviato al termovalorizzatore. 

La differenziata è rimasta al Consorzio che però, essendo in liquidazione, non ha abbastanza fondi, sia per il personale, che attualmente rivendica tre mensilità arretrate, sia per l’assicurazione dei mezzi che così non possono uscire dalla rimesse. Proprio due giorni fa il Commissario liquidatore del Consorzio, Gaetano Farina Briamonte, ha inviato una lettera per avvisare che finalmente «il pagamento delle polizze è stato effettuato» e che i primi tagliandi sono stati consegnati, ma solo per la zona costiera. Gli altri saranno pronti giovedì o venerdì. Ma invita a uscire lo stesso, anche a costo di prendere una multa. 

«Esorto gli autisti – scrive, infatti – a non interrompere il servizio, assumendomi ogni responsabilità per la mancata esibizione dei tagliandi assicurativi (una precisa violazione di legge), e per eventuali pagamenti di verbali sanzionatori». Nel frattempo il 10 luglio il Consorzio ha emesso un bando per il noleggio di 33 mezzi per la raccolta, con un costo di ben 426mila euro. Ma il Consorzio non era senza fondi? Ecco spuntare una clausola. «Qualora il Consorzio non provvedesse al pagamento, ad esso si sostituirà il Comune presso il quale sono impiegati gli automezzi oggetto del contratto»

Ce la faranno i comuni? Rivedranno mai questi soldi? Alcuni, malgrado la forte crisi che li colpisce, in questi mesi hanno anticipato gli stipendi di parte degli operai del Consorzio pur di raccogliere i rifiuti e farli "sopravvivere", assumendosi comunque una grave responsabilità. Comunque vada appare impossibile raggiungere nella provincia l’obiettivo per quest’anno del 65% di differenziata. Attualmente è ferma a meno del 30. E se poi resta per strada...

da Avvenire.


Fonte Liberainformazione.org 18 Luglio 2012



Ndrangheta, estorsioni sulla Salerno-Reggio Calabria

dalla Redazione di Narcomafie

Sindacalisti della ‘ndrangheta, tre operai dei cantieri dipendenti della società cooperativa Santa Trada, Francesco Alampi (responsabile della sicurezza sui cantieri per conto dei lavoratori), Giuseppe Piccolo e Francesco Spanò 
(della Filca-Cisl), prendevano disposizioni da Franco Nasone, considerato elemento di spicco della cosca omonima. Secondo l’indagine della Dda di Reggio Calabria – firmata dal Procuratore aggiunto Michele Prestipino e dai Pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane i tre, “che svolgevano anche funzioni di rappresentanza dei lavoratori dell’azienda” oltre ad essere dipendenti della ditta “Santa Trada” – che aveva vinto un subappalto dei lavori – “estorcevano denaro alla stessa ditta appaltante”.                     Al centro dell’indagine – denominata operazione “Alba di Scilla 2”c’è la capillare pressione estorsiva esercitata dalla cosca su imprenditori e commercianti locali, con particolari interessi delle famiglie mafiose sugli importanti appalti dei lavori dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, con furti e danneggiamenti sul territorio per imporre la forza intimidatrice della ‘ndrangheta.                        
Particolarmente preziosa per lo sviluppo delle indagini, rilevano gli investigatori, è stata la decisione coraggiosa da parte di alcuni imprenditori di non sottostare al giogo mafioso e di denunciare le arroganti richieste estorsive.
Invece di rappresentare i diritti dei lavoratori, facevano gli interessi della ‘ndrangheta. 
Non erano semplici dipendenti delle ditte che lavoravano sulla Salerno-Reggio Calabria quelli arrestati stamattina dagli uomini del Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria con l’accusa di estorsione. Risultano infatti sindacalisti particolarmente attivi, che utilizzavano il proprio ruolo per avere contatti diretti con i titolari delle imprese e fare su di loro pressioni affinché si “ammorbidissero”, sia in funzione di nuove assunzioni che del pagamento del pizzo. Francesco Spanò (della Filca-Cisl), Giuseppe Piccolo (responsabile della sicurezza sui cantieri per conto dei lavoratori) e Francesco Alampi (formalmente non dirigente sindacale, ma una sorta di vero e proprio capo popolo), sono ora accusati di estorsione e furto con l’aggravante di aver agito per favorire i clan di Scilla.
Già il mese scorso, la prima parte dell’indagine della Dda aveva portato all’arresto di una dozzina tra capi e affiliati del clan “Nasone-Gaietti”. Tra questi Giuseppe Fulco, nipote diretto del defunto boss di Scilla Giuseppe Nasone, che secondo gli inquirenti si è più volte recato su un cantiere esigendo da un imprenditore 6 mila euro, pari al 3% dell’importo dei lavori, come condizione necessaria poter continuare a lavorare tranquillamente sui cantieri dell’A3 e del cantiere Anas per l’ammodernamento della Statale 118. Questa seconda parte dell’inchiesta è scattata grazie agli imprenditori, che dopo l’operazione dei primi di giugno hanno iniziato a collaborare con i magistrati, ammettendo quanto era già emerso e confermando il pagamento delle tangenti agli uomini della ‘ndrangheta. Per Michele Prestipino si tratta di “una scelta importante e responsabile da parte degli imprenditori”. Il magistrato ha più volte sottolineato come “grazie alla collaborazione dei titolari delle aziende è possibile infliggere colpi durissimi al fenomeno delle tangenti, che arricchisce i clan e mette in ginocchio l’economia”.

Fonte Narcomafie.it 17 Luglio 2012





L’associazione antimafia “Libera” 
è troppo legata alla politica




di Antonio Amorosi


Suona un campanello di allarme oggi in Italia se si parla di antimafia, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio (l’assassinio del magistrato Paolo Borsellino e della sua scorta): l’antimafia rischia di diventare un mezzo per le forze politiche?
Il caso riguarda l’esponente antimafia Christian Abbondanza noto per il suo impegno contro le cosche ma anche per numerose frizioni con l’associazione nazionale “Libera” e che pubblica sul suo sito, La Casa della Legalità, un attacco molto duro all’associazione presieduta da don Ciotti. Christian è sotto protezione e già vittima di un boicottaggio anni fa a Bologna, si ritrova prima come esperto antimafia a cui si rivolge un sindaco Pd di un comune ligure (Sarzana) per valutare a chi assegnare un'onorificenza, e poi, pianificato l’evento sotto sue indicazioni, escluso dall’appuntamento e con l’associazione “Libera” in cartellone.
Che è successo Abbondanza?
Mi contatta il Sindaco di Sarzana, mi chiede se posso essere presente per un intervento nella tavola rotonda del 20 luglio in cui verrà consegnata un'onorificenza antimafia. Mi chiede a chi secondo me va assegnata. Accolgono la mia proposta. Mi contatta la sua segreteria per avere conferma dovendo procedere per la stampa degli inviti. Gli do conferma. Mi arriva l'invito. Non ci sono. C'è “Libera”.
E che significa? Non ci vedo niente di scandaloso alla fin fine…
No. E’ da un po’ di tempo che accade. Perché ho posto l’accento su alcune incongruenze come questa che vi dico.  A Casal di Principe il sindaco e l'assessore distribuivano con “Libera” targhe anti-camorra, ma quell'amministrazione comunale era legata alla Camorra, ai Casalesi. Cose che si sanno in quei territori. Il sindaco e l'assessore sono stati arrestati poco dopo perché collusi con i Casalesi... “Libera” li portò sul palco della sua principale manifestazione, nel marzo 2009, a Casal di Principe, per distribuire le targhe intitolata a Don Peppe Diana.  Oppure ne dico un’altra. “Libera”, con la struttura che si è data, vive grazie ai contributi pubblici e privati. Tra i suoi sponsor troviamo, ad esempio, l'Unieco, colosso cooperativo emiliano, che si vanta anche dei finanziamenti che da a Libera. Ma nei cantieri della Unieco troviamo società di famiglie notoriamente mafiose, per l'esattezza di 'ndranghetisti. I soldi risparmiati dalla Unieco in quei cantieri, con le famose offerte “economicamente vantaggiose”, ad esempio, di società di famiglie espressione delle cosche MORABITO-PALAMARA-BRUZZANI e PIROMALLI con i GULLACE-RASO-ALBANESE, restano nelle casse di Unieco. Questa cooperativa finanzia “Libera” per la lotta alla mafia. E' chiaro il controsenso!? Quando lo fai notare nasce un problema con “Libera”.
Non sono solo casi isolati!? Libera è un associazione grandissima per dimensioni…
Non credo. Ci sono tantissime altre contraddizioni della stessa natura da nord a sud. Molti dei ragazzi che vi operano ci mettono l'anima, così come molti di coloro che credono che “Libera” sia una struttura che fa antimafia. Ma la realtà dei fatti è un po’ differente. Il quadro che ci viene presentato è utile a “Libera”, che ha di fatto il monopolio della gestione dei beni confiscati riassegnati, ed alle Istituzioni che così si fanno belle sventolando questo dichiarato “utilizzo” dei beni confiscati. Ma la realtà non è questa!
Prima di tutto perché i beni confiscati che vengono riassegnati sono pochissimi. Sono briciole. Abbiamo pubblicato con l’Associazione Casa della Legalità anche uno studio su questo, sulla normativa e sulla realtà. Uno studio mai smentito!
Sentiamo a questo punto un altro attivista e scrittore, Francesco Saverio Alessio, calabrese che ha prodotto diversi scritti sulla ‘ndrangheta. E’ vero che c’è un monopolio politico di “Libera” sul tema antimafia in Italia?
Se parli del tema in modo obiettivo, senza far riferimento né a destra né a sinistra ti ritrovi emarginato. Parlo del problema “Libera” che ha forti legami col potere politico. E’ molto grande come associazione e non sempre chi sta dentro è così immune dagli interessi che la politica esprime. Ha un sorta di monopolio. Se vai in contrasto con i loro referenti politici non ti invitano più a niente e diventi invisibile anche se ricevi, come me, minacce.
Sentiamo allora l’attore Giulio Cavalli, sotto scorta dopo le sue manifestazioni antimafia.
A me non è mai successo di essere escluso come Christian ma mi capita spesso di vedere eventi antimafia che sorvolano sulle connessioni politica-mafia locali. E’ facile parlare di Falcone e Borsellino e non voler vedere la mafia sotto casa in Lombardia, in Piemonte, in Liguria ed Emilia Romagna. Non mi stupisce che persone come Christian diventino scomode perché fanno nomi e cognomi. Come diceva Peppino Impastato “c’è un solo modo per fare antimafia, rompere la minchia!” Molte volte in contesti ipernoti per presenze criminali c’è chi non fa questo anche se fa antimafia. Allora è palese che c’è qualcosa che non va.
Ai nostri microfoni anche  Umberto Santino fondatore del Centro di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo.
Abbiamo avuto frizioni con “Libera” ma su questioni di democrazia. “Libera” nomina i suoi rappresentanti senza eleggerli. Quando facevo parte della Rivista mensile Narcomafie dell’arcipelago di “Libera” e scrivevo su Repubblica Palermo posi la questione di dirigenti dell’associazione destituiti dai propri incarichi senza alcuna discussione. Anche se ci conoscevamo da molti anni, Don Ciotti mi fece telefonare da una responsabile, tale Manuela, per comunicarmi che ero ufficialmente sospeso dall’associazione. Mi sono dimesso subito daNarcomafie. Un altro conflitto simile è sorto quando abbiamo posto critiche a un sindaco leghista della provincia di Bergamo che pretestuosamente aveva rimosso l’intitolazione di un biblioteca a Peppino Impastato. Ci siamo ritrovati isolati da tutto il mondo che gravita intorno a “Libera” perché Don Ciotti sosteneva che c’erano buoni rapporti con il Ministro degli Interni Roberto Maroni. Avevo un rapporto ottimo con lui prima che ponessi quelle questioni di democrazia. Ma non c’è la possibilità discutere in quell’ambiente. Si adottano prassi rigide e di parte come ho viso solo in ambienti tardo clericali o in partiti veterocomunisti.

La domanda allora è: l’antimafia rischia di diventare uno strumento per dividersi e fare politica? Un modo per vedere il crimine solo nell’avversario?
Un rischio che corre anche l’Emilia Romagna dove il Dipartimento Investigativo Antimafia sostiene ci siano più attentati intimidatori che in Sicilia. Da quando l’Ente Regione eroga denaro per eventi antimafia si organizzano molti studi e momenti culturali sul fenomeno. Ma prima, quando questi fondi non esistevano, in Emilia non si poteva neanche parlare del fenomeno. Una coincidenza? Per le istituzioni in Emilia la mafia non esisteva o si diceva “era presente in modo marginale” quando invece ha profonde radici da decenni.
La situazione diventa ancora più problematica  quando nel mondo culturale antimafia emerge una sorta di monopolio su chi deve produrre attività. Di fatto il monopolio è di pertinenza dell’associazione “Libera” che esprime una forte capacità di azione sul territorio nazionale anche perché oltre all’attivismo di tanti militanti impegnati ha anche alle spalle grossi sponsor economici di area centrosinistra che in Emilia primeggiano. E ”Libera” oltre a tante iniziative di sensibilizzazione ha sviluppato progetti e iniziative antimafia traducendoli in prodotti di consumo che possiamo trovare in vendita negli scaffali dei supermercati Coop, come la pasta, i biscotti, i vini, in un ciclo virtuoso in cui la farina “che darà la pasta” è ottenuta dai terreni confiscati alla mafia. Tutto questo è molto bello e da sostenere! Meno bello ma sempre di notevole rilevanza sono invece gli episodi di discriminazione e isolamento nei confronti di coloro che fanno attività antimafia fuori dalla copertura politica di sinistra (ma sarebbe valido anche se questo riguardasse la destra o il centro).
L’evidenza dei fatti mostra che anche persone valorizzate da “Libera” si ritrovano poi implicate in fatti di crimine. Ora o l’antimafia è un problema importante che ci deve far andare fino in fondo alle questioni, senza titubanze, restando indipendenti dalla politica, oppure diventa principalmente uno strumento politico, visto che sentiamo politicamente più vicini alcuni soggetti invece di altri.
Dopo queste interviste stiamo cercando di contattare il presidente di “Libera” don Ciotti per sentire cosa pensa delle questioni affrontate e capire quale sia la sua opinione e versione dei fatti.

Fonte affari italiani.it  15 Luglio 2012

Un nostro punto di vista 
Libera Presidio Afragola Casoria

Noi come presidio crediamo che nessun meccanismo è perfetto e che se ci sono problemi è giusto che vengano affrontati invece di essere elusi o rimandati. Le nostre attività dimostrano come il nostro primario interesse siano i problemi del nostro territorio di appartenenza. Soprattutto noi presidi di frontiera non possiamo appiattirci sui temi inflazionati dell'antimafia ma dobbiamo lavorare sulle questioni gravi del nostro territorio.Libera resta un grande patrimonio e un grande punto di riferimento per tutte le associazioni e i cittadini che intendono impegnarsi attivamente su questioni cruciali del nostro paese.






Una proposta di legge per tutelare la 

memoria e l’impegno


Presentato alla Camera 

il dispositivo bipartisan. 

Ciotti: «E’ un segno di grande responsabilità »



di Gaetano Liardo


 In Italia, si sa, la memoria è corta e tende a disperdersi a tempo record. 

Soprattutto quando riguarda le tragedie che hanno colpito il nostro Paese, mafie e terrorismo in primis. A cercare di preservarla, tutelando e regolamentando l’impegno quotidiano delle centinaia di familiari di vittime della violenza mafiosa e terroristica, una proposta di legge presentata oggi alla Camere. Prime firmatarie due donne, Pina Picierno e Sabina Rossa. L’iter della proposta è stato sicuramente lungo. Presentata il 5 maggio del 2009, assegnata alla Commissione affari costituzionali il mese successivo, è entrata nel vivo della discussione soltanto quest’anno. Lentezze a parte, il risultato è sgnificativo. «E’ una proposta piccola – sottolinea Pina Picierno - che tuttavia riteniamo importante. Si basa su due pilastri: Memoria e Impegno». E sulla consapevolezza, possiamo aggiungere, di vivere in un paese che ha la memoria corta. 

«Il rapporto dell’Italia con le fasi della sua storia, soprattutto quelle riguardanti mafia e terrorismo, non è scontato. Abbiamo il dovere di sapere e ricordare in nome del nostro futuro. La proposta di legge – aggiunge la Picierno - riconosce il ruolo che nel nostro Paese svolgono i testimoni della memoria storica». Eroi normali, anche se il termine non lo considerano appropriato, che contribuiscono a mantenere in vita la memoria dei propri familiari uccisi, girando per le scuole, le Università, partecipando a centinaia di iniziative, senza nessuna tutela. Anzi, sacrificando giorni di ferie e permessi pur di portare la propria testimonianza. La proposta, proprio su questo versante, prevede che venga consegnato dal Viminale un “attestato di testimone della memoria storica” ai tanti familiari che dia loro il diritto a permessi straordinari. Un modo semplice per rendere più agevole l’instancabile lavoro di “portatori sani” di memoria. E’ questo un punto che vede d’accordo i firmatari e il relatore, Mario Tassone dell’Udc. 

La preservazione della memoria contribuisce a formare le nuove generazioni, rendendole capaci di affrontare le grandi problematiche che affliggono il nostro Paese. «Le organizzazioni criminali- sottolinea Tassone - vanno combattute sia con le norme e l’azione di contrasto, sia con l’azione di formazione e sensibilizzazione sociale con il coinvolgimento dei testimoni». «La proposta di legge – aggiunge Sabina Rossa - ufficializza ciò che sta avvenendo nel nostro Paese, riconoscendone l’importanza». Certamente l’azione del legislatore non si limita, ne potrebbe essere così, soltanto a questo versante. I familiari delle vittime di mafia, come ricordano Alfredo Borrelli, Salvatore Vecchio e Enza Rando, legale di Libera, di richieste ne hanno avanzate tante, ma ancora non hanno ricevuto risposte adeguate. 

Tuttavia la proposta di legge è comunque un segnale, un punto di partenza. «I familiari delle vittime di mafia – dichiara Enza Rando - hanno sempre chiesto che la loro storia non fosse considerata soltanto in termini di risarcimento economico. La proposta di legge non dà soltanto il senso della memoria e dell’impegno, ma permette di fare anche formazione, perché i familiari chiedono il risarcimento della memoria». Un punto, questo, su cui batte anche il presidente di Libera don Luigi Ciotti: «Oggi assistiamo a un grande segnale da parte di forze politiche diverse, un segnale che è di grande valore e importanza. In giro c’è troppa retorica da celebrazioni, ciò di cui abbiamo bisogno è un segnale umile e serio. La proposta di legge è un segno di grande responsabilità che noi abbiamo nei confronti dei familiari delle vittime di mafia. Basti ricordare che il 75% di loro non conosce la verità sull’omicidio dei propri cari».
 Adesso bisogna augurarsi che la proposta diventi legge in tempi rapidi. 

Fonte  Liberainformazione.org 17 Luglio 2012





Fattoria sociale Fuori di Zucca, 



Cooperativa Un Fiore per la Vita, Aversa.(CE)




IL VIDEO





"...la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile diventa possibile..."
Franco Basaglia



La cooperativa Sociale “Un fiore per la vita” e la Cooperativa “Il Millepiedi” hanno realizzato la Fattoria Sociale “Fuori di zucca” nell’ex manicomio di Aversa, una vasta area verdecostituita da un grande parco all’interno del quale sono collocate le strutture una volta adibite alla cura di pazienti psichici.





Così un luogo simbolo di malattia e sofferenza diventa luogo di sano svago e di educazione ad una migliore qualità della vita.
La fattoria sociale “Fuori di zucca” è un'azienda agricola nella quale spazi e coltivazioni sono appositamente pensati e costruiti per essere dedicati alle visite di singole famiglie, gruppi scolastici, operatori e persone svantaggiate. Oltre a diffondere una cultura di svago alternativa e avvicinamento alla vita rurale, la fattoria offre opportunità di reinserimento lavorativo a persone.






Bisogna essere proprio fuori di zucca per realizzare una fattoria in un manicomio, ma bisogna essere ancora più fuori di zucca per non accorgersi del grande bisogno di riconciliarsi con la “Terra Madre”, allora, quale posto migliore se non un ex ospedale psichiatrico per esorcizzare la pazzia che divora l’ecosistema e la biodiversità omologando tutto in un immenso niente grigio Corri a visitare la pagina EVENTI, sempre aggiornata e ricca di nuovi appuntamenti.










Nasce a Napoli club di calcio 

anti-racket


da Ansa


Scenderà in campo con il logo della locale associazione antiracket al posto dello sponsor: così la squadra "Nuova Quarto Calcio per la legalità" si presenterà ai nastri di partenza del prossimo campionato campano di Promozione, dopo essere stata sottratta alla camorra e affidata alle associazioni che si battono contro il "pizzo" nell'area flegrea. 
A sostenere la squadra, è stato spiegato nel corso della presentazione del team, saranno i cittadini di Quarto con una sorta di "azionariato popolare" lanciato attraverso una sottoscrizione sostenuta dalle associazioni antiracket. 


La società sarà gestita dal responsabile nazionale di SOS Impresa, Luigi Cuomo, a cui è stata affidata dall'amministratore Giudiziario, Luca Catalano. Alla presentazione del team ha preso parte anche il pm dell'Antimafia di Napoli Antonello Ardituro che ha lanciato un messaggio: "Il calcio come mezzo per combattere le devianze, per affermare la legalità e per coinvolgere la gente". La vecchia società è finita in amministrazione giudiziaria dopo l'arresto e la detenzione con il 41 bis del presidente Castrese Paragliola, accusato di collegamenti con la camorra locale. Costituirà un presidio dell'antiracket nell'area flegrea essendo collegata con la rete per la legalità e con le principali associazioni antiracket operanti nell'area flegrea.  



"La mia presenza qui - ha spiegato Ardituro - è di vicinanza a quanti sostengono e vogliono sostenere questa iniziativa. Da qui deve partire un messaggio di legalità verso i giovani e verso la città e costituisce un'occasione unica, da sfruttare, per voltare pagina". Il magistrato che si è intrattenuto con il tecnico ed i calciatori, posando anche per una foto ha annunciato che in settembre la nazionale magistrati affronterà la squadra del Quarto. Tra i primi sottoscrittori dell' "azionariato popolare" figura anche il sindaco dimissionario di Quarto, Massimo Carandente Giarrusso, che ha partecipato alla presentazione. "Il mio è giusto un saluto ad una iniziativa che avevo accolto con entusiasmo allorché mi fu presentata. Continuerò a seguirla e sostenerla, nonostante alcune vicende mi abbiano portato a dimettermi". 



A fianco del club anche i due sportelli di legalità operanti a Quarto e coordinati da don Vittorio Zeccone e don Genni Guardascione. Presente la squadra al completo, guidata dal tecnico Ciro Amorosetti, quartese, che proprio alla guida del Quarto negli anni scorsi ha raggiunto due promozioni di seguito fino a raggiungere la serie D. La squadra comincerà la preparazione il 30 luglio prossimo e la svolgerà nello stadio Giarrusso di Quarto che il comune ha dato in concessione al nuovo sodalizio.



Fonte Liberainformazione 16 Luglio 2012

Rivarolo sciolto per mafia: ecco perché





Rivarolo sciolto per mafia: ecco perché


La relazione della Commissione d'accesso punta il dito nei rapporti tra politica e 'ndrangheta



di Davide Pecorelli


Quando il comune di Rivarolo Canavese è stato sciolto per mafia, Fabrizio Bertot, sindaco della cittadina, ha commentato energico: “La decisione è inaspettata e assurda. Nessun atto dell'amministrazione è finito nell'inchiesta”. A leggere la relazione firmata dal Ministro dell'Interno Cancellieri, pubblicata poche settimane fa sulla Gazzetta Ufficiale, la decisione sembra tutt'altro che assurda. Ma andiamo con ordine. Alcuni mesi fa una commissione d'accesso prefettizia ha esaminato gli atti del Comune. 

Tutto nasce dall'Operazione Minotauro dalla quale per Antonino Battaglia, segretario tuttofare del Comune e sponsor elettorale del Sindaco Bertot alle Europee del 2009, ne esce con un'accusa per voto di scambio. Battaglia, infatti, aveva organizzato un pranzo elettorale tra il gotha della 'ndrangheta torinese ed il sindaco di Rivarolo. Il quadro che emerge dalla relazione della commissione è inquietante. La 'ndrangheta nel canavese, responsabile negli anni di diversi omicidi, è riuscita ad influenzare la regolare attività della macchina comunale tanto da “presentare forze d'ingerenza da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l'imparzialità dell'amministrazione, il buon andamento e il funzionamento dei servizi, con grave pregiudizio per lo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica”.  

Tutto nasce da uno scambio. Le famiglie operanti nel territorio hanno tentato di condizionare l'amministrazione offrendo in cambio appoggio in occasione di consultazioni elettorali. Voti in cambio di scorciatoie nelle pratiche urbanistiche. 
E così si scopre che la rete dei calabresi non si attivò in favore di Bertot solo alle Europee del 2009, ma anche alle amministrative del 2008, elezioni che lo consacrarono Sindaco per la seconda volta. E non è stato il solo ad essere favorito dai voti della 'ndrangheta. 
Anche un consigliere, poi eletto, è stato avvantaggiato dalle preferenze targate 'ndrine.  

A Rivarolo, come a Leinì, lo scambio tra politica e malavita ruota attorno al mattone.
Ed proprio sull'urbanistica e nei meccanismi attraverso i quali gestirla che insiste il documento stilato dalla commissione prefettizia. La giunta si sarebbe sostituita all'ufficio competente decidendo quali ditte far lavorare e cucendo addosso alle aziende interessate gare d'appalto. Numerose le gare pubbliche interessate da irregolarità vinte da ditte riconducibili alla 'ndrangheta. Su tutti il caso di un centro polisportivo, definito “sintomatico” nel documento. Un lavoro per il quale erano state chiamate a competere – su scelta dell'amministrazione – 5 ditte nella quasi totalità riconducibili alla criminalità organizzata.  

Ma la criminalità organizzata ha lavorato a Rivarolo non solo nel pubblico. Anche per l'edilizia privata l'interesse è stato alto, favorito – anche in questo caso – dalla programmazione urbanistica del territorio, gestito con varianti al piano regolatore. La gestione dell'edificabilità di Rivarolo da parte della Giunta di centrodestra guidata da Bertot viene così definita: “la condotta dell'amministrazione....ha realizzato un sistema che ha posto in secondo piano il soddisfacimento dell'interesse pubblico generale e, di fatto, ha favorito persone legate alla criminalità organizzata”.  

Tutti i casi analizzati nella relazione del prefetto “hanno compromesso il regolare funzionamento dei servizi con gravi pregiudizio degli interessi della collettività".
 Tutto per un pugno di voti.

Tratto da Acmos

Fonte Liberainformazione.org  16 Luglio 2012