"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo"

Paolo Borsellino

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

SPORTELLO SOS GIUSTIZIA

Quando il boss va in Tv




Quando il boss va in Tv

di Santo Della Volpe

C'è voluto l’omicidio del protagonista, come negli sceneggiati di bassa qualità,per fare emergere una delle vergogne nazionali, passata inosservata due anni fa. E sarebbe restata tale, cioè invisibile  ai più e con il suo inquietante carico di pericolosa infiltrazione camorrista nonostante Roberto Saviano l’avesse denunciata   su Facebook nel febbraio scorso (con relativa quanto inascoltata  richiesta di chiarimenti di Articolo21), se il capoclan Gaetano “McKay” Marino non fosse stato ammazzato in riva al mare, a Terracina, ieri, 23 agosto.
Esecuzione eclatante, in mezzo ai bagnanti,per un boss  vissuto sempre ,per sua scelta, sotto i riflettori della pseudo cultura camorrista fatta di visibilità  violenta ed arrogante: perché Marino non era solo un boss dei cosiddetti scissionisti della camorra,per altro considerato un ambasciatore della camorra presso le altre mafie, come quella albanese, per il controllo dei traffici illeciti, dello spaccio di droga e della prostituzione. Marino era un individuo “dell’apparenza e dell’effimero” camorrista; già il suo soprannome di famiglia, quel McKay, era stato scelto dagli affiliati per compiacere il padre,che somigliava (dicono…) al capo famiglia dell’omonima serie televisiva western di anni fa. E nonostante la mutilazione delle due mani dovuta allo scoppio di una bomba a mano incautamente maneggiata dal boss quando era giovanotto di pessime speranze, Marino amava farsi vedere  nei quartieri dove spadroneggiava per dimostrare forza e apparenza. Ma anche per imporre la sua “sceneggiata”,napoletana, i suoi idoli neo-melodici, contagiando i giovani dei quartieri e cercando di costruire sulla canzone i sentimenti del potere per diritto di pistola e di droga,della legge camorrista al di fuori e,dicono i boss, più forte della Legge dello Stato.
 Mani di legno e terrore per gli avversari o per chi sgarrava; omicidi e tv. La passione del boss Marino per “musica e famigliaaveva trovato complici ben organizzati e nel sistema televisivo italiano: sino ad approdare in RAI.
E’ questo la vergogna nazionale: il 29 dicembre del 2010 su RAI2 , è andata in onda una trasmissione canora,titolata “Canzoni e sfide”. Siamo alla vigilia di Capodanno, nella ‘melassa’ televisiva post natalizia, c’è posto anche per una trasmissione di buoni sentimenti verso la famiglia italiana più classica. Ad un certo punto la conduttrice televisiva, volto noto di RAI2, annuncia la canzone di una bambina,Mary, invitata a cantare un brano che è un inno a suo padre. 'Tu sei il padre più bello del mondo che non cambierei'. Niente di strano se  quel padre in questione non fosse il boss camorrista Gaetano Marino, e se quello stesso padre non fosse seduto in prima fila tra gli ospiti di riguardo,  inquadrato con gli occhi commossi,anche se spremuti per esigenze di comparsata televisiva

E' Roberto Saviano a porsi le domande e scrive il 10 febbraio del 2012  su Facebook: "Naturalmente a stupire non è che una bambina ami suo padre e voglia dedicargli una canzone. Non stupisce nemmeno che la figlia e nipote dell'aristocrazia del narcotraffico italiano, vada in televisione – in Rai – a cantare una canzone per suo padre. Per una figlia, per una bambina, un padre anche quando camorrista è soltanto un padre. Su tutto questo, si potrebbe sorvolare e superare l'imbarazzo. Ma alla fine dell'esibizione Lorena Bianchetti le si avvicina e le dice: 'È bellissimo questo brano' poi continua, 'Ti va di fare una sorpresa a papà? Ti va di dargli un bacino? Dov'è... signor papà, c'è Mary che vorrebbe darle un bacino'. E lì, in prima fila, ecco Gaetano Marino (ripreso senza inquadrare le mani di legno) che dà un bacio a sua figlia. Incredibile. Mi domando, perché questo omaggio? Perché il Politeama di Catanzaro ha tenuto Gaetano Marino come ospite d'onore in prima fila. Perché la RAI ha messo in scena questa celebrazione? Il mondo degli appalti che riguardano lo spettacolo è da sempre infiltrato. Catering, palchi, concerti, teatri. Maurizio Prestieri, boss del Rione Monterosa e ora collaboratore di giustizia, conosce sin nel dettaglio questi meccanismi. Prima o poi si riuscirà a svelare i legami tra mafie, televisioni, musica e spettacolo".
Saviano poi continua il suo racconto, denunciando quanto poi accaduto in seguito e cioè che quella bambina, cresciuta, ha continuato la sua carriera canora diventando una delle cantanti neomelodiche della sottocultura canora  napoletana
  Ma alle sue domande nessuno ha risposto.
Alla sua denuncia, noi vogliamo aggiungere che vogliamo ancora stupirci ed indignarci se un boss camorrista va in televisione su un canale del Servizio Pubblico italiano per fare la bella figura di padre appassionato della figlia cantante che lo ritiene “il padre più bello del mondo che non cambierei”, proprio mentre il mondo della Cultura e dell’impegno Antimafia italiano è in prima linea per portare valori veri, alternativi a quelli camorristi e mafiosi,per  far uscire i giovani proprio da quella stessa sottocultura mafiosa che alimenta  le famiglie e le bande della criminalità organizzata. Quel mondo fatto da migliaia di giovani e persone impegnate nella scuola come nella Cultura che ogni giorno si batte perché proprio i figli delle famiglie più a rischio, più disagiate, compreso i figli dei boss, escano da quella mentalità del “rispetto” e dell’”onore”,della violenza e dei vincoli di sangue che alimentano camorra, ‘ndrangheta e mafie varie.
 Non può essere considerato un semplice ‘scivolone’,il fatto che un tale boss della camorra vada in televisione a lacrimare per la figlia che gli dedica una canzone. Quella trasmissione era stata realizzata dalla Rai o comprata a “pacchetto chiusocome avviene spesso? Chi erano i realizzatori? Chi doveva  impedire che un boss della camorra e del narcotraffico andasse a far bella figura in Tv davanti a milioni di persone,alla vigilia di Capodanno? Perché i vertici televisivi di allora non hanno risposto alle domande di Saviano?
Alla RAI ora sia Articolo21 che Libera Informazione chiedono una inchiesta interna per far luce su quell’episodio,proprio perché, alla luce anche del rinnovamento annunciato giustamente dai nuovi vertici aziendali,dal presidente Tarantola e dal Direttore Generale,Gubitosi, si tagli alla radice ogni possibilità di ripetere un episodio (speriamo un errore…) del genere. Cominciando a far pulizia nel sottobosco del mondo degli appalti e dello spettacolo televisivo, così da impedire che lavorino per la RAI organizzatori, appaltatori, servizi di catering o di forniture  tecniche, che siano anche lontanamente  legate con le mafie e la criminalità organizzata.
Né per  rapporti familiari, né per rapporti economici: la pulizia ed il rinnovamento televisivo, la nuova stagione della RAI, cominciano anche da questo. 

Fonte: Liberainformazione.org 24 Agosoto 2012

Da Partanna a Lecco, la meglio gioventù contro i clan L'estate dei giovani nei campi di Libera



Da Partanna a Lecco, la meglio gioventù contro i clan



L'estate dei giovani nei campi di Libera

di Davide Pati

“Questo caseificio è speciale, anche se forse non vuole esserlo, perché qui si produce la mozzarella di Don Peppe Diana su un bene confiscato alla camorra”. Sono le parole scritte nelle pagine del diario di Edoardo, giovane volontario che, come tanti suoi coetanei, ha deciso di partecipare all’esperienza dei campi di Estate Liberi organizzati dall’associazione Libera. 
Sono sei mila i giovani volontari provenienti da ogni parte d’Italia, organizzati in gruppi o singolarmente, alcuni con gli amici, i compagni di scuola e persino con mamma e papà e cucciolo al seguito. Arrivati, dopo lunghi preparativi e talvolta dopo un lungo viaggio, in ventisette località diverse, per trascorrere una fetta d’estate piena di responsabilità, impegno così come di gioia, bellezza e speranza. Non solo nelle regionia tradizionale presenza mafiosa”, ma anche a Latina, Gergei, Scurcola Marsicana, Cupramontana, Erbè, Salsomaggiore, Lecco e San Sebastiano da Po, dove la presenza dei beni confiscati conferma - a trent’anni dall’approvazione della legge Rognoni La Torre (13 settembre 1982) - il grande lavoro dei magistrati e delle forze investigative per togliere le ricchezze alle mafie che hanno investito, riciclato e radicato i loro affari illeciti in ogni angolo del nostro paese.
Edoardo racconta anche che un giorno Massimo, il presidente della cooperativa dedicata al sacerdote ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua Chiesa di Casal di Principe, gli ha dato un pennarello per chiedergli di scrivere Olimpiadi di Londra su alcuni contenitori. 
È logico, pensa Edoardo, gli atleti dovranno pure mangiare. “Adesso quando leggerò dei trionfi dei campioni italiani, delle loro medaglie, non penserò solo a quanto sono stati bravi, preparati, determinati. Penserò a quello che hanno mangiato: la mozzarella olimpica, la mozzarella delle Terre di Don Peppe Diana”. 
E fra i nostri campioni che hanno gustato la mozzarella della legalità, c’è anche Daniele Molmenti, atleta del gruppo sportivo del Corpo Forestale dello Stato.
Daniele è uno dei testimoni del video che migliaia di ragazzi delle scuole italiane hanno visto negli incontri che Libera, insieme al gruppo sportivo forestale, ha promosso durante l'iniziativa "Libera la Natura" che da due anni porta gli studenti delle scuole medie a praticare sport e correre sui terreni confiscati alle mafie.  
Proprio su quei terreni dove nelle settimane scorse le mafie hanno provato a dare dimostrazione di aver rialzato la testa. Bruciando grano, orzo, agrumi, ulivi, oppure facendo divorare da pecore e mucche ettari di legumi. Tutto in pochi giorni, a San Cipirello, Castelvetrano, Partanna, Belpasso, Lentini, Isola di Capo Rizzuto, Mesagne, Pignataro Maggiore e Latina.
Anche il recente furto al centro polivalente sportivo dedicato a Padre Pino Puglisi e i tanti atti di intimidazione che si ripetono costantemente nei confronti di quei bravi amministratori locali e di quegli onesti imprenditori che non vogliono sentirsi soli contro il racket e l’usura (il prossimo 29 agosto ricorderemo Libero Grassi), ci impongono di essere credibili e uniti nel contrasto alle mafie: per sconfiggere le complicità e le connivenze ma anche la paura, l’indifferenza e la rassegnazione
Proprio come ci ha ammonito Valentina Fiore, vicepresidente della cooperativa dedicata a Placido Rizzotto, nel giorno dei suoi funerali di stato, lo scorso 24 maggio, all’indomani dell’anniversario della strage di Capaci: “Da dieci anni lavoriamo sui beni confiscati ai mafiosi con la grande voglia di dimostrare che un altro modo di vivere e sperare nella nostra terra è possibile. Un modo che non svilisca l’impegno, le capacità, le intelligenze, ma che dia dignità e fiducia”, e rivolgendosi proprio a Placido, Valentina concludeva “Noi abbiamo voluto prendere la responsabilità della tua eredità. Le terre dove andavi anche tu con i braccianti, per occuparle, oggi sono frequentate da lavoratori, come me e te, che le coltivano con passione e professionalità”.
Da quella meglio gioventù che dimostra quotidianamente di saper fare impresa pulita e giusta.
E le parole di Valentina hanno preceduto solo di qualche giorno i pensieri di Maria, giovane volontaria in un bene confiscato a Latina, che, lo scorso 24 luglio, all’indomani dell’anniversario della strage di Via D’Amelio, ne ha ribadito il profondo significato scrivendo sul suo diarioCredo davvero che non ci sia niente di più bello di una gioventù che unisce le proprie forze e apprende nuove competenze, per raggiungere un obiettivo comune e soprattutto giusto, come quello di restituire alla comunità uno spazio che le è stato sottratto con la violenza. È la società civile che dà vita a legami, s'impegna e lavora per se stessa contro chi cerca di distruggerla e dividerla in vista di un proprio tornaconto personale. Non importa se ciò che abbiamo realizzato concretamente un giorno non ci sarà più, perché portiamo dentro di noi ciò che abbiamo imparato”. 
Un po’ come amava ripetere don Pino Puglisi, prima di essere ucciso il 15 settembre 1993, a Brancaccio, vicino la sua Chiesa “Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”.

Fonte: Liberainformazione.org 24 Agosto 2012

Beni confiscati alle mafie, una risorsa da gestire al meglio







Beni confiscati alle mafie, una risorsa da gestire al meglio

di Marika Demaria

Creare un organismo che apporti competenze ed energie all’Agenzia nazionale dei beni confiscati, istituita nel 2010 e di fatto priva di risorse adeguate per far fronte al lavoro al quale dovrebbe ottemperare. Questa la richiesta di dodici associazioni (tra cui figurano il Centro Pio La Torre, la Confindustria, l’Arci, l’Anm, la Legacoop, la Cgil e Libera) che hanno scritto al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri; per il 30 settembre è previsto un incontro tra il ministro e  i rappresentanti delle sigle firmatarie del documento.
Come si legge nell’articolo di Massimo Solani “Salviamo i beni confiscati alla mafia” pubblicato sull’«Unità» in edicola oggi, 23 agosto, l’intento è di “chiedere l’istituzione di una cabina di regia formata dalle organizzazioni sociali e dell’antimafia presso l’Agenzia dei beni confiscati che agevoli il lavoro di questa, individui le criticità, elabori le linee di massima dei piani di utilizzo delle aziende e dei beni confiscati, aiuti a instaurare una sostanziale concertazione tra Agenzia, enti territoriali, associazioni antimafia e sociali dell’impresa e del lavoro sia a livello nazionale che periferico”.
Secondo i dati aggiornati al 2 luglio, i beni confiscati e sequestrati in tutta Italia sono 12.276, di cui 10.673 immobili e 1.603 aziende; circa la metà dei beni immobili sono però gravati da ipoteche. Il progetto avrebbe dunque l’obiettivo di “fornire competenze all’amministrazione, sollecitare gli interventi, collaborare all’individuazione delle soluzioni più idonee in costante collegamento con gli enti locali”, come ha spiegato Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre.
Nell’edizione odierna del quotidiano è inoltre possibile leggere “Da Partanna a Lecco, la meglio gioventù contro i clan”, un racconto dei ragazzi impegnati nei campi di volontariato e studio organizzati da Libera e che si svolgono, appunto, sui terreni confiscati alle mafie. L’articolo è a firma di Davide Pati, responsabile nazionale dell’Ufficio beni confiscati dell’associazione.
Fonte: Narcomafie.it  23 Agosoto 2012

Nuova furto al centro don Puglisi: “pensiamo di mollare”







Nuova furto al centro don Puglisi: “pensiamo di mollare”

dalla Redazione Narcomafie
 Un altro colpo dei soliti ignoti al centro di accoglienza “Padre Nostro” fondato nel quartiere palermitano di Brancaccio da don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia nel 1993, recentemente beatificato. Un comunicato del presidente del centro, Maurizio Artale, annota polemicamente che “i soliti ignoti” tali sono “perché nessuno si è mai impegnato a renderli noti”. Il furto ha dell’assurdo: persiane esterne e infissi interni in alluminio. Uno stillicidio di furtarelli che, si legge nella nota, hanno come obiettivo “quello di farci stancare, spingerci a gettare la spugna, farci arrendere, sfrattarci da Brancaccio. Non vi nascondo che tante volte ci abbiamo pensato e oggi più che mai”, scrive Artale. Nel maggio scorso i ladri avenvano compiuto un’altra incursione e avevano prelevato materiale informatico, attrezzi e uno scudetto del Palermo calcio donato ai bambini dalla società. “Questi ‘piccoli’ furti, siano essi messi in atto dalla mafia o dal piccolo delinquente, in questi 19 anni hanno avuto l’obiettivo di avvelenare l’umore dei volontari e operatori del Centro di accoglienza Padre Nostro”, si legge ancora nella nota, che denuncia: “Siamo stanchi di sentirci dire che sono ‘ragazzate’, perché se è così, questi ‘ragazzetti’ hanno messo in scacco le forze della polizia e gli inquirenti per 19 anni, in quanto ad oggi mai nessuno di loro è stato identificato. Con le debite proporzioni Riina Salvatore e il suo socio Provenzano Bernardo erano dei pivelli a confronto”.
Non solo le forze di polizia sono, secondo Artale, state incapaci di contrastare la lenta e costante intimidazione perpretrata negli anni contro il centro, ma anche la società civile si è mostrata impassibile: “Penso che [Don Puglisi, ndr] abbia dato perle ai porci, e se è così non ci resta che sbattere la polvere delle nostre scarpe e andare altrove”.

Fonte: Narcomafie.it 22 Agosoto 2012

Fnsi, intercettazioni: nessuna emergenza Il presidente Natale: «Se Monti insiste pronti a scendere in piazza»




Fnsi, intercettazioni: nessuna emergenza


Il presidente Natale: «Se Monti insiste pronti a scendere in piazza»



di Roberto Natale


Evidentemente al Presidente del Consiglio non bastano i problemi che già rendono difficile la navigazione del suo governo. Monti ha scelto di aggiungerci anche le intercettazioni, mettendosi alla testa della campagna che da mesi è tornata a sollecitare una legge più restrittiva in materia. Lo fa in maniera così unilaterale da renderne scoperta la strumentalità: anche Monti, infatti, come tutti coloro che vogliono accreditare l’urgenza di una nuova regolamentazione, parla delle intercettazioni solo e soltanto come abusi”. 

Eppure la cronaca di questi giorni gli avrebbe dovuto suggerire un approccio più “sobrio” (per usare un aggettivo a lui caro): sono le settimane della vicenda Ilva, nella quale le intercettazioni (e la loro pubblicazione) sono servite a far emergere le manovre compiute ai danni della salute degli abitanti di Taranto e i patti oscuri tra dirigenti di azienda e funzionari pubblici. Qualsiasi cittadino si sente rassicurato dall’esistenza dello strumento intercettazioni, per quello che consentono di sapere; non il Presidente del Consiglio, anche in questo lontano dal comune sentire dell’opinione pubblica.  

Monti si lancia invece in un attacco polemico che, per forzare la mano verso una nuova legge, usa la vicenda delle intercettazioni che hanno coinvolto il Presidente della Repubblica. Ma anche in questo caso va fuori strada: come gli ricorda non sono l’Associazione Nazionale Magistrati, ma il suo stesso ministro della Giustizia Paola Severino, la questione delle intercettazioni “indirette” di Napolitano (ora finita davanti alla Consulta) non ha niente a che vedere con la generale normativa sulle intercettazioni e la loro pubblicabilità. 

Peraltro Monti non porta esempi, nell’intervista a “Tempi”, degli “abusi che ci sono stati e ci sono”. Si può persino comprendere questa sua reticente genericità. La campagna per una nuova legge che restringa gli spazi di lavoro per magistrati e giornalisti si è basata per anni sulla denuncia della privacy violata, della riservatezza infranta, delle intromissioni immotivate nella sfera più intima delle persone. Ma è difficile trovare traccia di queste invasioni di campo nelle intercettazioni “calde” degli ultimi mesi. E’ indubbiamente di totale rilievo pubblico la vicenda dell’Ilva. Così come lo è anche il capitolo scottante dei dialoghi tra l’ex-ministro dell’Interno Nicola Mancino e il consigliere giuridico del Quirinale Loris d’Ambrosio (il magistrato poi stroncato da un infarto): si parla delle indagini in corso sulla trattativa Stato-mafia, non di questioni private. 

Se il Presidente del Consiglio pensa di poter beneficiare del clima emergenziale dal quale il suo governo è nato e continua a trarre alimento, sta commettendo un errore clamoroso. Non c’è alcun “baratro” economico dal quale la legge sulle intercettazioni debba tenere lontana l’Italia; non ci sono i mitici “mercati” ad incalzarci; non è vero che “ce lo chiede l’Europa”. Anzi, è vero il contrario: nel consueto rapporto annuale sulla libertà d’informazione nel mondo che Reporter Sans Frontieres ha presentato a maggio, l’Italia è scesa dal 49esimo al 61esimo posto anche per i tentativi del governo Berlusconi di ottenere una legge-bavaglio. La comunità internazionale ci chiede dunque di allinearci a standard di indipendenza del giornalismo, non solo a parametri economico-finanziari. 

E se Monti (che pure si ritiene europeista convinto) non lo comprende, glielo farà capire quello stesso schieramento ampio di forze professionali e civili che da anni è cresciuto nella difesa del diritto-dovere di informare da parte di noi giornalisti e del diritto dei cittadini a conoscere tutte le vicende di rilevanza pubblica.  La macchina è rodata: messa a punto già col governo Prodi (anni 2006-2008, quando il disegno di legge portava la firma del ministro della Giustizia Clemente Mastella), poi ripetutamente sperimentata con Berlusconi e Alfano. Non ha fatto in tempo ad arrugginirsi

Ai primi di settembre si riunirà il Comitato per la libertà e il diritt all’informazione, quello stesso cartello di sigle del giornalismo e dell’associazionismo che nell’ottobre del 2009 riempì all’inverosimile piazza del Popolo. Continuiamo a pensare che l’Italia abbia da affrontare ben altre urgenze, in questi ultimi mesi di legislatura. Ma se Monti insiste, noi siamo prontissimi.

 Roberto Natale, Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana

Fonte: Liberainformazione.org 19 Agosto 2012

Polistena, bomba a casa del sindaco. “Non arretro di un millimetro”




Polistena, bomba a casa del sindaco. 
“Non arretro di un millimetro”


di Lucio Musolino

A soli 34 anni, il sindaco di Polistena è l’autore di una vera e propria rivoluzione nella cittadina della Piana di Gioia Tauro. È forse questo il motivo per cui ieri mattina Michele Tripodi ha trovato un ordignodavanti al portone della propria abitazione. È stato lui stesso ad accorgersi delle due bombolette di gas collegate a un timer, una scheda di telecomando e a una serie di fili elettrici aggrovigliati. L’ennesimaintimidazione mafiosa nel giro di pochi anni contro il sindaco dei Comunisti italiani che, nonostante la giovane età, è stato già assessore provinciale con delega alla legalità.
Nel 2010, prima della sua elezione a sindaco di Polistena, era stato destinatario di alcuni proiettili. All’epoca era l’unico consigliere comunale di minoranza. L’opposizione non esisteva e quella che c’era aveva preferito transitare nella maggioranza lasciando Tripodi da solo. Dal punto di vista politico, adesso, la situazione non è cambiata. Basti pensare che tra i banchi dell’opposizione, a Polistena, siedono insieme PdlPd e Sel. Ecco perché la bomba potrebbe essere legata alle scelte politiche e amministrative fatte da Tripodi in un territorio ad alta densità mafiosa. Scelte di rottura con il passato, a partire dalla costituzione di parte civile nei processi contro la cosca Longo, padrona della cittadina della Piana.
Ma non solo: il Comune di Polistena, infatti, è uno dei pochi in Italia che ha ripristinato la commissione edilizia che prevede una decisione collegiale sulle concessioni e non più una discrezionalità dei dirigenti. Facile intuire quanto chi ha interessi illeciti da difendere possa essere infastidito dalla trasparenza di un amministrazione che, inoltre, ha approvato un regolamento in base al quale vengono revocati i contratti che il Comune ha stipulato con tutti i fornitori destinatari di provvedimenti interdittivi da parte della prefettura.
L’ordigno, trovato nella notte tra il 16 e il 17 agosto, è solo l’episodio più esplicito di una escalation criminale che da alcuni anni vede l’amministrazione Tripodi bersaglio della ‘ndrangheta. Se il furto delle due auto del sindaco e della moglie, nel dicembre 2011, può essere archiviato come un affare di poco conto, i colpi di pistola contro la macchina dell’assessore ai lavori pubblici sono certamente un segnale più grave che attesta il clima in cui sono costretti a lavorare il primo cittadino e la sua giunta.
“Non arretriamo di un millimetro – è il commento di Michele Tripodi – Porteremo avanti il nostro progetto di cambiamento e di rinnovamento delle classi dirigenti avviato a Polistena nel 2010 e lontano dal particolarismo e dagli interessi affaristici e mafiosi. Ci aspettiamo una reazione adeguata dello Stato e delle forze dell’ordine. Occorre dopo questo episodio evitare l’isolamento”. 
Tripodi ha trovato anche una lettera in cui c’era scritto: “La prossima volta ti faremo saltare in aria, a te ed alla tua famiglia Tripodi. Zio e cugini ora basta”. Il sindaco, infatti, è il nipote dell’ex senatoreMommo Tripodi, bandiera in Calabria della Partito Comunista, per 32 anni sindaco di Polistena e parlamentare per 5 legislature durante le quali è stato anche componente della commissione antimafia. Erano gli anni in cui Mommo viveva sotto scorta pagando il prezzo di essere stato uno dei due sindaci disposti a testimoniare nel famoso processo dei “Sessanta” contro il boss Paolo De Stefano e altri 59 esponenti mafiosi. Fece i nomi e i cognomi indicando le cave gestite dalla cosca Mancuso di Limbadi. In sostanza era un politico scomodo che la ‘ndrangheta sarebbe riuscita anche ad uccidere se non fosse stato per l’intervento dei carabinieri che, poco prima di un attentato, gli consigliarono di cambiare strada. È stato in prima linea, infine, nelle lotte bracciantili e contro la centrale a carbone di Gioia Tauro. Le minacce hanno interessato anche i figli di Mommo: il segretario regionale del Pdci Michelangelo Tripodi, ex assessore regionale, e suo fratello Ivanattualmente segretario di Reggio del partito.
Una famiglia prestata alla politica e a cui anche il segretario nazionale Oliviero Diliberto ha espresso la solidarietà. Per il segretario nazionale, “il rinnovamento di Polistena andrà avanti insieme alla lotta per un Mezzogiorno più forte e finalmente libero dalle mafie”.
Fonte: Il Fattoquotidiano 18 Agosto 2012

LA MOZZARELLA OLIMPICA




LA MOZZARELLA OLIMPICA


 di Edoardo Borgomeo


È la prima volta che assisto alla preparazione della mozzarella di bufala. 
Sono le undici e mezza di sera e fuori piove a dirotto. Mi trovo in un caseificio a Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove di caseifici ce ne sono a centinaia
Questo caseificio è speciale, anche se forse non vuole esserlo, perché qui si produce la mozzarella delle Terre di Don Peppe Diana su un bene confiscato alla camorra. Passerò il resto della settimana lavorando su questo terreno però la prima cosa che ho voluto fare, anche a costo di dormire poche ore, è vedere come si fa la mozzarella.
Sono stati Mario e Massimo, due dei cinque soci della cooperativa, che si dedicano alla lavorazione della mozzarella, ad invitarci ad assistere al loro lavoro. Ci danno un camice e dei copri scarpe e poi ci fanno entrare nel caseificio dove c'è già Salvatore, un ragazzo che fa l'aiuto casaro. Il caseificio sembra una sala operatoria: Massimo, Mario e Salvatore si muovono in sintonia, il loro lavoro è meccanico e meticoloso. Mentre loro lavorano io guardo, un po' pigramente, una massa informe bucata qua e là: è la cagliata, ottenuta dalla coagulazione del latte di bufala. La cagliata deve essere lasciata maturare per alcune ore. Alcune ore, appunto, perché dentro al caseificio il tempo non è più il tempo lineare degli orologi, ma quello della mozzarella. Il tempo della mozzarella è scandito dai periodici "saggi" che Mario effettua sulla pasta bianca. Prende un piccolo catino e vi fonde una manciata di cagliata con dell' acqua bollente. Poi mette questa pasta fusa, che già assomiglia un po' ad una mozzarella, a cavalcioni su un bastoncino e la tira da ambo i lati per vedere come e quanto si allunga. Se la pasta si spezza non è pronta. Verso l'una del mondo di fuori il tempo della mozzarella inizia ad accelerare: la pasta è pronta per essere filata. 
Massimo sminuzza la pasta con una specie di mega frullatore e la ripone
in un tino metallico dove Mario la mescola con l'acqua bollente. In una specie di danza Mario gira e rigira, con l'aiuto di un bastone, quest'acqua bianca sino a farla diventare un impasto bianco e lucidissimo: una mega mozzarella. Nel momento della filatura Mario è solo mani ed occhi. L'impasto viene posto in una macchina che mozza la pasta e sputa fuori mozzarelle da 100 gr che vengono raccolte in una vasca con acqua salata. Questo procedimento si ripete per altre due volte sino all'esaurimento della cagliata. Al termine della filatura Mario inizia a ridere e scherzare, si vede che è rilassato. Massimo, più metodico, più preciso, continua a muoversi per il caseificio e sposta le vasche piene di mozzarelle in un'altra stanza. Chiama a raccolta me e gli altri cinque ragazzi che stavano assistendo alla filatura e ci chiede di aiutarlo ad imbustare le mozzarelle. Finalmente lavoriamo anche noi. Si rivela un lavoro lungo, ma non noioso, ed io ne approfitto per fare qualche domanda. Voglio scoprire il segreto della mozzarella, l'ingrediente che la rende così buona, così irripetibile. La mia curiosità fa sorridere Mario: mi spiega che ovviamente gli ingredienti devono essere di primissima qualità, ma è la maestria del casaro a fare la differenza.
Poi aggiunge: la filatura della mozzarella è un'arte. E come tutte le arti non si nutre solo d'inventiva, ma anche di esercizio, esperienza e tempo. È l'arte del casaro quella che ho visto prima nelle mani e negli occhi di Mario ed è l'arte del casaro a rendere irripetibile la mozzarella. Mario vede che non sono del tutto convinto: non riesco a credere che non ci sia un metodo, una procedura standard che garantisce una buona mozzarella. Ed allora fa un paragone e mentre parla muove le mani come se stesse di nuovo mescolando la mozzarella nel tino. Fare la mozzarella è un po' come fare l'amore
Non si può insegnare a qualcuno a fare l'amore, non c'è una maniera migliore per fare l'amore. Bisogna saper interpretare i ritmi, i tempi della mozzarella, senza aver fretta di chiudere.
 Le bustine piene della mozzarella delle Terre di Don Peppe Diana finiscono in dei grandi recipienti di polistirolo. Massimo mi tira un pennarello e mi chiede di scrivere Londra su alcuni contenitori. Londra? "Ma queste a chi le mandate?"chiedo. "Alle Olimpiadi". All'inizio non capisco di che parla, mi aspettavo mi rispondesse con il nome di un ristorante o di un grande albergo. Massimo si volge verso di me e capisce che non ci credo: "Questa la mandiamo a casa azzurri, agli atleti italiani alle Olimpiadi". 
È logico, penso, gli atleti dovranno pure mangiare. Adesso quando leggerò dei trionfi dei campioni italiani, delle loro medaglie, non penserò a quanto sono bravi, preparati, determinati. Penserò a quello che hanno mangiato: la mozzarella olimpica, la mozzarella delle Terre di Don Peppe Diana.

Fonte: Libera.it  29 Luglio 2012

"Made in Castelvolturno" il marchio etico che coniuga legalità e moda






"Made in Castelvolturno"

il marchio etico che coniuga

 legalità e moda

La Casa di Alice si trova nell'abitazione confiscata alla camorrista Pupetta Maresca. Lì, ora, lavorano Anna Cerere, Maria Cirillo e due sarte africane, Kawi Patt e Atta Bose. Da poco si è svolta la prima sfilata di abiti che mettono insieme stile italiano e colori del Continente nero. 

"Mostriamo come i migranti siano una risorsa per superare la diffidenza e il razzismo"


di Daniele Sanzone


L’appuntamento è Castel Volturno, vicino al monumento in memoria di Miriam Makeba a pochi metri da dove è stato ammazzato l’imprenditoreDomenico Noviello. Lì c’è la Casa di Alice. Un bene confiscato alla camorristaAssunta Maresca detta “Pupetta” e destinato al Comune il 15 maggio del 1997 per realizzarvi una sartoria, costola dell’associazione Jerry Masslo. Ad aspettare c’è Anna Cerere, un ex sarta, che dirige il laboratorio con l’aiuto dell’amica Maria Cirillo e di due sarte africane, Kawi Patt e Atta Bose. Grazie alla sartoria queste donne con alle spalle storie.


Storie di donne che resistono, trovando riscatto nel lavoro. «Siamo stati fortunate – spiega Anna Cecere – perché il nostro progetto è piaciuto a una fondazione bancaria che ha finanziato parte dei lavori della sartoria, mentre l’altra parte è autofinanziata dai soci della cooperativa». Qualche settimana fa, in occasione del Festival dell’impegno civile(promosso dall’associazione Libera), si è 
svoltala prima sfilata del neonato marchio Made in Castel Volturno. «Vogliamo mostrare che l’Africa è una risorsa per superare la diffidenza e il razzismo nei confronti dei migranti». Un progetto sociale che, partendo dalla differenze, cerca di integrare i migranti con i residenti di Castel Volturno. Il marchio mescola ad arte i colori e i tagli tipicamente africani con lo stile italiano. Un progetto e un modello di sviluppo che creando un’economia legale, contrasta e toglie terreno a quella criminale, come nel caso del ristorante, pizzeria Nco (Nuova cucina organizzata) di Peppe Pagano a San Cipriano d’Aversa. 

 




Come nasce il marchio Made in Castel Volturno?
Il marchio nasce per dare dignità a un territorio da sempre 
etichettato, dai media, come terra di camorra e droga
 per colpa della forte presenza di etnie africane. 
È sicuramente una città calpestata dalla camorra ma 
non certo per gli africani. Vogliamo riscattare questa
 terra unendo i colori dell’Africa allo stile italiano. 
L’associazione Jerry Masslo con i prodotti della 
cooperativa finanzia servizi sul territorio che vanno
 dalla scuola, alla presa in carico di tanti minori.
Quali sono gli obiettivi della sartoria?
L’obiettivo è che la coop diventi il futuro delle 
ragazze africane, offrendo lavoro a chi vive o
 ha vissuto in condizioni a dir poco difficili. 
Il sogno è quello di sfilare un giorno con le grandi firme della moda.
Cosa pensi dell’idea di Roberto Saviano 
di mettere in vendita i beni confiscati alle mafie?
Non condivido l’idea di Saviano, anche se sono dalla sua parte. 
Sicuramente, visti i numerosi vincoli, i beni confiscati alle mafie 
devono avere altre funzioni oltre a quelle sociali. 
Personalmente li darei ai comuni per fare scuole o
 uffici comunali, per esempio i comuni pagano affitti enormi
 per le asl e le scuole a Castel Volturno non ci sono. Ma vendere mai.
Fonte: Il fattoquotidiano 16 Agosto 2012

MINACCE DI MORTE AL REFERENTE DI REGGIO CALABRIA. LIBERA: "NON CI FAREMO INTIMIDIRE!"





MINACCE DI MORTE AL REFERENTE DI REGGIO CALABRIA. LIBERA: 
"NON CI FAREMO INTIMIDIRE!"

Lettera di minaccia di morte al Coordinatore Libera Reggio Calabria Libera: "Condanniamo e rigettiamo la vile minaccia, ed esprimiamo la totale vicinanza e corresponsabilità al nostro coordinatore. Non ci faremo intimidire."





"Condanniamo e rigettiamo al mittente la vile minaccia che ha visto destinatario Mimmo Nasone, nostro coordinatore a Reggio Calabria raggiunto da una lettera anonima in cui è stato minacciato di morte. Esprimiamo la nostra totale e piena vicinanza e corresponsabilità al nostro coordinatore . La voce e l'impegno di Mimmo Nasone a Reggio Calabria  è  la nostra voce ed è la voce di tutti gli uomini e le donne oneste che in quella terra lavorano quotidianamente per il cambiamento. Nessuno può pensare con tali minacce di ostacolare il percorso tracciato di legalità, verità  e giustizia portato avanti da Mimmo Nasone e da tutta Libera. La "continuità" della nostra azione civile è l'antidoto migliore contro chi pensa di intimidirci così vigliaccamente." In una nota l'ufficio di presidenza di Libera. Associazioni, nomi e numeri denuncia la minaccia anonima ricevuta stamattina dal referente dell'associazione a Reggio Calabria.

Fonte Libera.it   5 Giugno 2012